05.09.2023 Icon

Clausole vessatorie: spetta al debitore provarne l’effettiva sussistenza

“Laddove non emerga chiaramente  che il credito oggetto del decreto ingiuntivo sia derivato dall’applicazione di clausole contrattuali vessatorie, non può essere compiuto alcun controllo giudiziale sulla nullità delle clausole contrattuali poiché detto controllo finirebbe per essere scollegato dal bene della vita oggetto della tutela giurisdizionale: quest’ultimo, nell’opposizione a decreto ingiuntivo, è l’accertamento dell’esistenza e dell’ammontare del credito, non anche un generalizzato sindacato di carattere inquisitorio rispetto al quale l’interesse concreto della parte, quanto meno nel giudizio d’opposizione a decreto ingiuntivo che ha un thema decidendum ben delineato, all’accertamento della nullità delle clausole vessatorie risulta sfuggente. Occorre, quindi, che sia la parte che ne ha interesse a rappresentare quei fatti rilevanti rispetto allo svolgimento della relazione contrattuale che consentano al giudice di verificare se sussista l’effettivo interesse alla somministrazione della tutela giuridica in punto di accertamento della natura vessatoria delle clausole contrattuali.”

Questo il principio espresso dal Tribunale di Verona con sentenza emessa lo scorso 6 luglio 2023, resa all’esito di una opposizione a precetto nel quale l’opponente chiedeva che venisse dichiarata “la nullità, inammissibilità ed infondatezza del titolo esecutivo.”

In particolare, parte opponente deduceva di aver concluso- prima dell’emissione del decreto ingiuntivo- un accordo con la parte creditrice che, essendo stato integralmente adempiuto, rendeva nullo ed infondato il precitato titolo esecutivo, poiché richiesto sulla base di un contratto integralmente onerato.

La creditrice opposta contestava la doglianza di parte attrice asserendo che, in sede di opposizione a precetto, non possono essere fatti valere fatti estintivi, impeditivi o modificativi del credito che avrebbero dovuto essere proposti mediante specifica opposizione a decreto ingiuntivo.

Il Tribunale adito, in accoglimento delle argomentazioni proposte da parte creditrice, ha rilevato che, “il debitore può far valere fatti impeditivi o modificativi o estintivi del diritto azionato, che siano successivi alla formazione del titolo esecutivo giudiziale o alla conclusione del processo in cui esso si è formato ma non anche quei fatti che, in quanto verificatisi in epoca precedente, avrebbero potuto essere dedotti nel giudizio di cognizione preordinato alla costituzione del titolo giudiziale.

L’organo giudicante ha dunque ritenuto di dover operare una distinzione tra la diversa tipologia dei titoli esecutivi: giudiziali e stragiudiziali.

Con riferimento ai titoli esecutivi di natura stragiudiziale, il Giudice ha precisato che la prima sede cognitiva utile per proporre contestazioni può individuarsi nell’opposizione a precetto. Diversamente, per i titoli esecutivi di natura giudiziale, sussistendo già uno strumento ad hoc, il ricorso in opposizione a decreto ingiuntivo, “è assolutamente irretrattabile nel processo esecutivo e nei connessi incidenti oppositivi qualsiasi accertamento che sia istituzionalmente riservato al processo di cognizione in cui il titolo si è formato, in quanto idoneo ad essere valutato in un provvedimento suscettibile di acquisire l’autorità di cosa giudicata (…): vi può essere una ed una sola sede di cognizione in cui fare valere una questione. In caso di titolo giudiziale, con l’opposizione all’esecuzione è possibile far valere unicamente fatti che integrino una causa estintiva o impeditiva del diritto.”

I principi anzi espressi non devono, tuttavia, ritenersi in contrasto con il disposto di cui alla Sentenza a SS.UU. n. 9474/2023 che impone al Giudice dell’esecuzione di valutare la natura vessatoria delle clausole del contratto concluso tra professionista e consumatore rispetto alle quali non si è formato alcun giudicato.

Invero, la natura vessatoria deve essere vagliata con riferimento a quelle clausole che, sulla base della narrazione dei fatti di causa, abbiano avuto una effettiva rilevanza ai fini della determinazione dell’an o del quantum del credito. Solo in questo caso, infatti, ha precisato l’organo giudicante, l’eventuale giudizio di nullità può produrre i propri effetti ai fini dell’accoglimento della domanda del consumatore.

In conclusione, il Giudice ha ribadito che il ruolo della parte debitrice è, in tal senso, rilevante e coerente con il principio di terzietà dell’organo giudicante: non è infatti onere di quest’ultimo andare alla ricerca di quegli elementi che possano portare a ritenere che siano state applicate clausole contrattuali affette dalla presunzione di vessatorietà. Detto controllo deve essere svolto sulla base di un quadro assertivo proposto dalla parte che abbia interesse a rilevarne la sussistenza. Alla luce di tutte le considerazioni sopra svolte il Tribunale ha rigettato l’opposizione proposta ritenendo inammissibili, poiché tardive, le doglianze proposte da parte attrice e non adeguatamente provata l’effettiva vessatorietà delle clausole contenute nei contratti posti in essere con la Banca.

Autore Maria Beatrice Petralia

Senior Associate

Milano

b.petralia@lascalaw.com

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