24.11.2022 Icon

Le criptovalute sono prodotti finanziari

Con la sentenza n. 44378 del 22 novembre 2022, la Cassazione ha riconosciuto la natura di prodotti finanziari delle criptovalute.

Com’è noto, l’art. 1, lett. qq, d.lgs. 231/2007 (c.d. decreto antiriciclaggio), introdotto in recepimento della c.d. quinta direttiva antiriciclaggio (dirett. UE 843/2018), definisce la moneta virtuale come “la rappresentazione digitale di valore, non emessa né garantita da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l’acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente”.

È bene osservare come la finalità di investimento rappresenti un’aggiunta rispetto alla corrispondente definizione contenuta nella direttiva, la quale, al contrario, si concentra unicamente sulla funzione di scambio della moneta.

Secondo la sentenza in commento, tre sarebbero i caratteri distintivi dell’investimento finanziario: i) un impiego di capitali; ii) una aspettativa di rendimento; iii) un rischio collegato all’impiego di capitali.

Nel caso di cui si è occupata la Cassazione, che coinvolgeva il titolare di una piattaforma di scambio di criptovalute, tali requisiti sono sussistenti. Ne viene che la moneta venduta dall’agente è stata riconosciuta come un prodotto finanziario a tutti gli effetti.

L’inserimento delle criptovalute tra i prodotti finanziari produce conseguenze di vario tipo, nel caso in cui la vendita di tali beni avvenga professionalmente.

Anzitutto, tale attività rappresenta a tutti gli effetti un’offerta al pubblico di titoli, soggetta – tra gli altri adempimenti – all’approvazione della Consob ai sensi e nei modi di cui agli artt. 94 ss. TUF.

L’intervento della Consob viene ovviamente visto come strumento di garanzia per la tutela degli investitori, necessaria soprattutto in un mercato, quale quello delle criptovalute, che sfugge al controllo di qualsiasi pubblica autorità, e che pertanto è soggetto a oscillazioni imprevedibili.

Naturalmente, non chiunque può vendere prodotti finanziari, essendo necessaria la previa iscrizione nell’apposito registro tenuto presso l’Organismo Agenti e Mediatori, e con il relativo obbligo di comunicazione al Ministero dell’Economia e delle Finanze (art. 17 bis, c. 8 bis, d.lgs. 141/2010).

Inoltre, la vendita di prodotti finanziari al pubblico senza abilitazione costituisce reato, punito con la reclusione da uno a otto anni e con la multa da Euro 4.000 a Euro 10.000 (art. 166 TUF).

Contemporaneamente, il TUF obbliga il venditore di prodotti finanziari a rendere una serie di obblighi informativi nei confronti del cliente, volti a fargli comprendere i termini dell’offerta e il rischio sotteso all’operazione. Come ulteriore garanzia in questo senso, al venditore spetta altresì l’obbligo di effettuare la valutazione di adeguatezza dell’investimento nei confronti di ogni singolo compratore.

Infine, il venditore di criptovalute è soggetto obbligato allo svolgimento dei controlli antiriciclaggio (art. 3 d.lgs. 231/2007). Ciò significa che, a fronte di ciascuna operazione di acquisto, il venditore è tenuto a effettuare un’adeguata verifica della clientela e ad astenersi dal concludere l’affare nel caso in cui ravvisi degli indici che possano farlo dubitare della provenienza lecita dei capitali utilizzati per l’acquisto, oltre a segnalare l’operazione all’Unità di Informazione Finanziaria presso la Banca d’Italia.

Simone Mascelloni – s.mascelloni@lascalaw.com

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Autore Simone Mascelloni

Associate

Milano

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