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Concordato, risoluzione e fallimento: il no alla Suprema Corte

Il Tribunale di Pistoia, con decreto del 20 dicembre 2017, chiamato a pronunciarsi sul ricorso per la declaratoria  di fallimento di una società in concordato preventivo omologato, ha ritenuto non applicabile al caso di specie il principio, ormai consolidato in giurisprudenza, che prevede accanto al fallimento in “consecuzione” della risoluzione del concordato, una autonoma dichiarazione di fallimento, che “prende data ad ogni effetto dalla dichiarazione stessa”, ferma l’obbligatorietà della falcidia concordataria sui crediti anteriori.

La non applicazione di detto principio deriva dal fatto che trattandosi nel caso di specie di concordato con cessione di beni, l’imprenditore non assume l’obbligo di garantire ai creditori il pagamento di una percentuale prefissata, potendosi il suo impegno considerarsi limitato a porre a disposizione dei creditori l’intero patrimonio dell’impresa.

Dunque, se nel concordato con cessione, oggetto dell’obbligazione del debitore è unicamente l’impegno a mettere i beni a disposizione dei creditori liberi da vincoli che ne impediscano la liquidazione o ne diminuiscano il valore, e se l’effetto esdebitatorio nei confronti di tutti i creditori deriva dall’esecuzione del concordato in tali termini, ne consegue che una volta adempiuta tale obbligazione non potrà più verificarsi l’inadempimento, con l’ulteriore conseguenza che il creditore non potrà agire per la risoluzione del concordato ex art. 186 l.f.

Inoltre, secondo il Tribunale di Pistoia, l’effetto esdebitatorio di cui all’art. 184 l.f. paralizzerebbe l’azione del creditore ex art. 6 l.f., non esistendo, in tale tipo di concordato, un credito ristrutturato da poter azionare al di fuori dell’ambito risolutorio.

Il Tribunale a sostegno della tesi sopra avanzata, ha contestato quando sostenuto dalla Corte di Cassazione con le sentenze nn. 29632/2017 e 17703/2017, ritenendo che, se la pendenza di una domanda di concordato preventivo, sia esso ordinario o con riserva, impedisce temporaneamente la dichiarazione di fallimento sino al verificarsi dell’omologa, coerenza vuole che la pendenza di concordato omologato debba impedire la dichiarazione di fallimento sino al verificarsi della risoluzione, in quanto dopo l’omologazione viene meno il procedimento concordatario ma vi è comunque pendenza di concordato in fase esecutiva.

Per cui, l’art. 186 l.f., con la previsione del termine annuale di decadenza dell’azione risolutoria, viene vista come norma scritta per dare stabilità all’accordo concordatario, con la conseguenza che trascorso l’anno la regolamentazione concordataria si cristallizza e l’impossibilità di pervenire alla risoluzione del concordato diviene a sua volta impeditiva della dichiarazione di fallimento.

Sulla base delle motivazioni sopra illustrate il Tribunale di Pistoia ha dichiarato l’inammissibilità della domanda di fallimento proposta da un creditore nei confronti di una società in concordato preventivo.

Tribunale di Pistoia, sentenza del 20 Dicembre 2017

Ilaria Termine – i.termine@lascalaw.com

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