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Rete unica alla stretta: verso due diligence per Open Fiber

Tanta carne al fuoco per il cda Telecom del 4 agosto. Sul fronte del mercato domestico è in arrivo l’offerta vincolante di Kkr che valuta la rete secondaria circa 7,5 miliardi, di cui 4,2 di equity, secondo le stime preliminari che sono state sostanzialmente confermate. Ma, dopo il richiamo del Tesoro all’Enel, che ha chiesto entro fine mese quello che forse un po’ impropriamente è stato chiamato un “memorandum of understanding”, è probabile che spunti qualche novità anche dal lato Open Fiber in vista della “rete unica”.

Lunedì Reuters riferiva di un’ipotesi di mediazione, a livello governativo, che consenta di mantenere il controllo proprietario in capo a Telecom, come chiede l’incumbent, e al tempo stesso di tutelare gli altri operatori che si appoggiano alla rete per i loro servizi, con l’idea di una separazione funzionale modello Open Reach di British Telecom.

L’ipotesi poi, se si arriverà alla rete unica, è che si adotti il modello del coinvestimento previsto dal codice europeo delle tlc, che entrerà in vigore a fine anno, formula che aprirebbe il capitale della società della rete anche agli altri operatori interessati appunto a coinvestire, in cambio di agevolazioni. Ma questo, semmai, è il disegno finale. Prima occorre passare dal riassetto azionario di Open Fiber. Enel, a fronte di un’offerta miliardaria per la società che ha contribuito a far nascere, potrebbe vendere, considerato che le tlc non sono il suo core business. Lo scenario più accreditato – a quanto risulta da diverse fonti consultate da «Il Sole-24Ore» – è che, dopo agosto, si vada verso una gara – o comunque all’apertura di una due diligence – per selezionare l’investitore interessato a rilevare la quota dell’Enel, ma questa volta di comune accordo con Telecom. Kkr, che ha già pronta l’offerta per la rete secondaria di Telecom, potrebbe affacciarsi anche sul dossier Open Fiber, dove si sono già fatti avanti il fondo infrastrutturale australiano Macquarie, che ha stimato un enterprise value di 7,7 miliardi per la società della fibra, e il fondo Wren House. Un’ipotesi sul tavolo è che Cdp possa rilevare una quota fino all’1% dall’attuale socio paritetico di Enel, per essere nella fase interinale l’azionista-perno di Open Fiber, con il fondo investitore in leggera minoranza.

Sul fronte brasiliano invece Telecom prova a riaprire i giochi, alzando la posta per le attività di telefonia mobile di Oi, l’ex campione nazionale finito in dissesto che ha deciso di mettere all’asta in quattro lotti buona parte dei suoi asset. Insieme con gli altri operatori su piazza, Telefonica e Claro (del gruppo del messicano Carlos Slim), ha messo sul piatto 16,5 miliardi di reais, crorrispondenti a circa 2,7 miliardi di euro, un po’ sopra i 2,5 miliardi che erano la valutazione-base del venditore. Per capire se la mossa è stata azzecccata bisognerà aspettare però il 3 agosto, quando scade il periodo di esclusiva concesso al fondo infrastrutturale Highline, controllato dall’americana Digital Colony. Che ci azzecca un fondo infrastrutturale con un operatore mobile? In realtà Highline si è fatto avanti anche per le torri, che è un’altra delle attività di Oi messa in vendita, e, secondo fonti locali, sarebbe della partita anche per il fisso, entrato nel mirino di Btg pactual, il gruppo bancario dove ha trovato lavoro l’ex ad di Telecom Amos Genish. Fatto sta che il consorzio Tim Brasil-Telefonica-Claro questa volta ha presentato direttamente l’offerta vincolante al board di Oi – senza passare dall’advisor incaricato di gestire la procedura, Bofa Merrill Lynch – con l’obiettivo di scalzare Highline dal ruolo di ”stalking horse”, ruolo che comporta il diritto di pareggiare l’offerta più alta che dovesse essere presentata per aggiudicarsi la partita.

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