Le imprese italiane fanno leva sugli investimenti. Lasciato alle spalle un biennio difficile, il sistema produttivo della Penisola ha messo mano al portafogli per sostenere la crescita, forte di un mercato estero dinamico nonostante le tensioni geopolitiche, il fardello dei dazi e l’incertezza economica. E così, lo scorso anno, il livello degli investimenti è arrivato a toccare il valore più alto dell’ultimo decennio, superando di poco i 35,5 miliardi di euro. Un dato che, tradotto in percentuale, mostra come la propensione degli imprenditori ad ammodernare e consolidare le capacità produttive del Paese sia aumentata, in termini reali, del 47,2% rispetto al 2016 e del 22,4% nei confronti del 2019.
I dati sono quelli del centro studi Mediobanca che ha analizzato i bilanci di 1.700 società industriali e terziarie. La fotografia ha messo in luce come il rapporto tra investimenti materiali netti e fatturato sia salito, nel 2025, al 4,1%, ben al di sopra della media del 3,2% rilevata tra il 2016 e il 2023. Un miglioramento diffuso a quasi tutte le tipologie d’impresa, nonostante dinamiche differenti tra un comparto e l’altro. Rispetto al 2019, infatti, l’incremento degli investimenti ha interessato sia le imprese pubbliche, salite del 24,9% da 11,6 a 14,5 miliardi di euro, sia quelle private, cresciute del 20,7% da 17,5 a 21,1 miliardi. Sotto il profilo settoriale, le risorse sono state convogliate prevalentemente nel comparto industriale, con investimenti saliti del 32,8% a 25,7 miliardi di euro, mentre i servizi terziari hanno mostrato una certa stazionarietà con un +1,6% a 9,9 miliardi. Nella sola manifattura gli investimenti hanno toccato i 14,7 miliardi, in rialzo del 13% sul 2019, con le performance migliori garantite dalle società a controllo estero (+23,1%) e dalle medie imprese (+20,2%).
La crescita dell’attività. Questa spinta all’accumulazione di capitale, sia fisico che tecnologico, si colloca in un quadro di generale ripresa dell’attività economica. Secondo le rilevazioni di Mediobanca, infatti, nel 2025 il fatturato dell’intero campione è tornato a crescere dello 0,5%, invertendo la traiettoria che aveva visto una contrazione del 6,2% nel 2023 e del 3% nel 2024. Una ripartenza del giro d’affari sostenuta in prevalenza dai mercati esteri, con le esportazioni salite del 3,3% nell’ultimo anno, a fronte di un mercato interno che ha continuato a mostrare segnali di debolezza. Nonostante questo, secondo gli esperti di Mediobanca, nel lungo periodo il fatturato reale delle imprese grandi e di quelle medie ha segnato una accelerazione combinata superiore a quella del prodotto interno lordo arrivando a crescere, negli ultimi 57 anni del 190,4% a fronte di un incremento della ricchezza complessiva del Paese del 162,6%. In questo scenario, il made in Italy e il IV Capitalismo (ovvero le imprese più grandi del Paese) hanno continuato a rappresentare la spina dorsale della competitività nazionale, segnando un’espansione decennale del fatturato rispettivamente del 55,3% e del 50,4%. La mappa industriale del Paese si mostra, tuttavia, fortemente polarizzata: settori come l’impiantistica (+142,5%) e le costruzioni (+131,1%) hanno guidato le performance decennali, mentre emittenza radiotelevisiva (-12,5%), stampa-editoria (-4,4%) e telecomunicazioni (-3,7%) sono gli unici comparti ad aver mostrato il segno meno nella crescita da inizio periodo. Ancora più evidente è la polarizzazione quando si osservano le singole filiere. L’automotive, per esempio, negli ultimi 10 anni ha visto diminuire il fatturato dell’8,4%, con esportazioni in calo del 3,1% e vendite interne del 18,5%. La cantieristica navale ha invece aumentato il giro d’affari del 115,8%, sostenuta da una crescita del 122,9% oltreconfine e del 100,5% sul mercato nazionale. Il ferroviario ha registrato un aumento dell’86,8%, con le vendite interne a +119%.
Finanza e occupazione. Solidità finanziaria e capacità di generare profitti hanno continuato a sostenere i piani di spesa delle aziende. Nel 2025 il margine ebit (utile netto) del campione si è stabilizzato al 6,7%, mentre la redditività del capitale misurata dal roi (ritorno sugli investimenti) si è posizionata all’8,8%, un valore inferiore ai picchi del biennio precedente ma superiore all’8,1% medio del decennio. Buon equilibrio anche sul fronte dell’assetto patrimoniale e del grado di indebitamento delle imprese. Nel 2025 il rapporto tra debiti finanziari e mezzi propri si è attestato al 73,8%, valore inferiore di 5,1 punti percentuali rispetto alla media del periodo 2016-2024 (78,9%). Sotto il profilo settoriale, la manifattura ha mostrato un rafforzamento della solidità patrimoniale, con un rapporto tra debiti finanziari e mezzi propri pari al 48%, inferiore al 52% registrato in media nel periodo 2016-2024. Nel terziario, al contrario, l’indebitamento finanziario ha continuato ad eccedere il patrimonio netto, attestandosi al 126,5%, pur in diminuzione rispetto al 137,2% del periodo di confronto. L’analisi ha mostrato segnali incoraggianti anche sul fronte occupazionale: la forza lavoro impiegata nel campione ha registrato una crescita dell’11,8% negli ultimi dieci anni e dell’1,3% nel 2025, spinta quasi esclusivamente dal settore privato. A livello settoriale, le crescite più elevate del numero dei dipendenti hanno riguardato il comparto pelli e cuoio (+47,4%), seguito dall’impiantistica (+37,4%), la distribuzione al dettaglio (+34,3%), i trasporti (+26,8%) e le imprese di costruzione (+25,5%). In controtendenza, telecomunicazioni (-26,8%), la stampa-editoria (-13,5%), il settore degli elettrodomestici e apparecchi radio-Tv (-13,2%), il tessile (-6,9%) e l’emittenza radiotelevisiva (-6%). Il quadro sociale, tuttavia, ha messo in luce una situazione in chiaroscuro riguardo alle dinamiche retributive e al costo del lavoro. Sebbene la produttività nominale del lavoro sia cresciuta nel decennio del 22,6%, superando il +18,8% del costo del lavoro pro-capite, l’impatto dell’inflazione cumulata ha eroso la capacità d’acquisto reale dei dipendenti. Secondo gli esperti di Mediobanca, per recuperare integralmente la perdita di potere d’acquisto accumulata rispetto al 2021, il costo del lavoro medio per dipendente avrebbe dovuto raggiungere nel 2025 circa 71.500 euro, contro i 67.300 effettivamente registrati, con uno scarto di circa 4.200 euro.