La rivincita del promissario acquirente

Termine per la riassunzione: finalmente le Sezioni Unite

Facciamo seguito a nostri precedenti articoli sul tema della decorrenza del termine per la riassunzione del giudizio interrotto dal fallimento di una delle parti, al fine di segnalare che le Sezioni Unite, a seguito dell’ordinanza di rimessione n. 21961/2020 della Prima Sezione, hanno effettuato una ricognizione sistematica dell’istituto in questione, individuando sia il dies a quo di decorrenza del termine medesimo sia gli atti o fatti idonei a concretizzarlo.

La ricostruzione delle Sezioni Unite ha preso le mosse dai commi terzo e quarto dell’art. 43 L.F. (rispettivamente introdotti con il d.lgs. 9 gennaio 2006 n. 5 e con il D.L. 27 giugno 2015 n. 83, poi convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2015, n. 132), i quali avevano l’evidente finalità, da un lato, di attenuare con l’automaticità dell’interruzione dei processi pendenti i costi del contenzioso non endoconcorsuale (ed indirettamente la durata dei fallimenti) e, dall’altro, di istituire regole di trattazione selettiva per tutti i processi in cui la qualità di parte era assunta dall’organo concorsuale.

Al diritto nazionale, peraltro, si era affiancata anche la Direttiva UE 2019/1023, ove all’art. 25 lett. b) era prescritto che gli Stati membri avrebbero dovuto garantire l’efficienza e la rapidità delle tempistiche delle procedure di insolvenza.

In un tale contesto la dichiarazione di fallimento è stata assimilata ai comuni eventi interruttivi del processo (artt. 299 primo comma, 300 terzo comma e 301 primo comma c.p.c.), con la differenza che – trattandosi di effetto attrattivo avvenuto ipso iure – il fallimento di una delle parti rende irrilevante, ai fini della produzione della conseguenza interruttiva, la notificazione alle altre parti costituite da parte del soggetto fallito ovvero la dichiarazione in udienza dell’intervenuto fallimento. Il Fallimento, dunque, fuoriesce dall’ambito applicativo del primo, secondo e quarto comma dell’art. 300 c.p.c.

In considerazione della mancata specifica indicazione da parte dell’art. 43 L.F. dell’evento da cui il termine per la riassunzione debba decorrere, la Corte prosegue rilevando che la ricostruzione della decadenza ovvero della tempestività della riassunzione medesima ha necessariamente rinvenuto il proprio esclusivo riferimento nell’evoluzione della lettura data all’art. 305 c.p.c.

La Corte Costituzionale, infatti, ha interpretato tale disposizione normativa ricostruendola in termini di “esigenza primaria di tutelare la parte colpita dall’evento” ed altresì “la parte cui il fatto non si riferisce”, dando atto che il termine per la riassunzione del processo interrotto non decorre dal giorno in cui si è verificato l’evento interruttivo, bensì da quello in cui di tale evento abbia avuto conoscenza in forma legale la parte interessata alla riassunzione, con la conseguenza che il relativo dies a quo può ben essere diverso per una parte rispetto all’altra ed ascrivendo il caso previsto dall’art. 43 L.F. ad una nuova ipotesi di interruzione automatica del processo.

Ebbene, sulla scorta di tali considerazioni le Sezioni Unite hanno affermato che “la presa di conoscenza in forma legale dell’evento interruttivo automatico costituisce dunque il fatto cui ancorare il dies a quo del termine per la riassunzione o prosecuzione del processo”, evidenziando però che dall’analisi della giurisprudenza di legittimità non era dato rinvenire una univoca definizione delle relative forme di produzione in capo alle varie parti del processo interrotto della citata conoscenza legale.

Dopo un breve excursus di tutti gli orientamenti di legittimità formatisi sul punto, la Corte ha posto il proprio focus sull’accento assunto progressivamente dalla connotazione quale “legale” della conoscenza, rilevando che, oltre alla effettività della conoscenza dell’evento interruttivo comunque conseguita, devono essere valorizzate non tanto le forme di produzione ex ante idonee a documentare in modo certo o attendibile la conoscenza dell’evento, quanto piuttosto il loro contenuto, indagando anche sul contesto processuale in cui l’evento interruttivo opera e non solo l’evento in sé.

Tale ricerca – nella ricostruzione delle Sezioni Unite – conduce ad individuare le forme di produzione della conoscenza più congrue in quell’indirizzo che collega l’onere di riassunzione o prosecuzione del processo interrotto alla dichiarazione giudiziale di interruzione per intervenuto fallimento della parte.

Ciò, peraltro, sarebbe in piena sintonia con la precisa scelta di certezza e garanzia per la difesa di tutte le parti del processo, attuali o potenziali, operata anche dall’art. 143 del nuovo Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.

L’individuazione da parte delle Sezioni Unite della dichiarazione giudiziale quale elemento costitutivo del dies a quo di decorrenza per la riassunzione viene spiegato sia alla luce di una maggiore compatibilità di tale strumento con l’art. 43, terzo comma, L.F., così considerando la specialità della norma rispetto agli artt. 299, 300 terzo comma e 301 primo comma c.p.c., sia in quanto essa appare più idonea a realizzare gli obiettivi di affidabilità, prevedibilità e uniformità delle norme processuali costituenti un “imprescindibile presupposto di uguaglianza tra i cittadini e di giustizia del processo”.

A ciò si aggiunga che la dichiarazione di interruzione della lite operata dal Giudice è idonea ad esprimere un dato di idoneità rappresentativa assoluta rispetto ad ogni altro mezzo partecipativo dell’evento interruttivo del processo, poiché riunisce le qualità istituzionali della fonte privilegiata (il soggetto emittente) alla certezza dell’inerenza del fallimento esattamente al processo su cui incide (affermata proprio dal giudice che ne è singolarmente investito).

Risolvendo il contrasto dedotto con l’ordinanza di rimessione, pertanto, le Sezioni Unite hanno fissato il seguente principio di diritto: “in caso di apertura del fallimento, ferma l’automatica interruzione del processo (con oggetto i rapporti di diritto patrimoniale) che ne deriva ai sensi dell’art. 43 co. 3 l.f., il termine per la relativa riassunzione o prosecuzione, per evitare gli effetti di estinzione di cui all’art. 305 c.p.c. e al di fuori delle ipotesi di improcedibilità ai sensi degli artt. 52 e 93 l.f. per le domande di credito, decorre da quando la dichiarazione giudiziale dell’interruzione stessa sia portata a conoscenza di ciascuna parte; tale dichiarazione, ove già non conosciuta nei casi di pronuncia in udienza ai sensi dell’art. 176 co. 2 c.p.c., va direttamente notificata alle parti o al curatore da ogni altro interessato ovvero comunicata – ai predetti fini – anche dall’ufficio giudiziario, potendo inoltre il giudice pronunciarla altresì d’ufficio, allorché gli risulti, in qualunque modo, l’avvenuta dichiarazione di fallimento medesima”.

In applicazione al principio espresso, nel caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto tempestivo l’atto di riassunzione effettuato dalla ricorrente, in quanto il dies a quo avrebbe dovuto essere calcolato dalla dichiarazione giudiziale di interruzione pronunciata in udienza e non, come osservato dalla Corte d’Appello, dalla notifica ex art. 92 L.F. effettuata dal Curatore (peraltro senza alcuno specifico riferimento al processo in cui era parte il fallito).

Cass., Sez. Unite, 7 maggio 2021, n. 12154

Federico Iannucci – f.iannucci@lascalaw.com

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