Il 56% degli italiani è riuscito a risparmiare quest’anno, accantonando mediamente l’11,9% del reddito disponibile. Si tratta di un’azione giudicata indispensabile dal 28% del campione analizzato dall’indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani di Intesa Sanpaolo e del Centro Einaudi condotta su 1.800 capifamiglia titolari di un conto corrente. La motivazione principale che guida il risparmio è quella precauzionale (40%), seguita dalla volontà di integrare la pensione (19%), di acquistare casa (19%) e di lasciare qualcosa in eredità ai figli (11%). Accanto a queste cresce la percentuale di chi risparmia per investire (6%).
«L’economia italiana continua a mostrare una buona resilienza. Non cresciamo a livelli altissimi, ma manteniamo una buona capacità di resistenza agli shock come la pandemia e le guerre, e il risparmio è un riflesso di questa resilienza», ha commentato Gregorio De Felice, chief economist & head of research di Intesa Sanpaolo, sottolineando come questo risparmio possa consentire all’economia italiana di trasformare la sua resilienza in una leva per lo sviluppo: «Le condizioni per fare questi investimenti, necessari per crescere su una scala maggiore, ci sono. Il risparmio è presente, ma fatica a trasformarsi in flussi finanziari che finiscono alle imprese». Vanno nella stessa direzione le parole del presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, per il quale parlare di sicurezza finanziaria vuol dire anche discutere come rendere disponibile la ricchezza «per la crescita del sistema economico e, quindi, anche sociale dell’Italia. Gli elementi per valorizzare questa ricchezza esistono, ma bisogna favorire il passaggio da un risparmio che protegge a un risparmio che costruisce».
Volatilità, scenari tariffari, inflazione inattesa e tensioni geopolitiche hanno inciso sul livello di allerta dei risparmiatori, con il ratio di avversione al rischio che ha toccato quota 33,6: è la più alta mai raggiunta (era a 20,5 nel 2025). In particolare sono i 18-24enni e le donne a mostrarsi tra i più avversi, con i picchi fra i disoccupati e i meno istruiti.
Quanto alle tipologie di investimento, il possesso di obbligazioni interessa il 23,5% del campione. Solo il 7,8% del campione ha detenuto azioni negli ultimi cinque anni, ma questa minoranza mostra un ratio di soddisfazione quasi doppio rispetto alle obbligazioni.