L’obiettivo di breve termine è centrare almeno 700 milioni di risparmi all’anno. Nel piano di Poste ricorre la dicitura sinergie, ma l’avvio dell’integrazione con Tim, dopo averne preso il controllo, dovrà presto dimostrare, oltre alla solidità industriale, i vantaggi economici dell’opas, varata dall’ad di Poste Matteo Del Fante e terminata venerdì scorso raggiungendo l’85,82% del capitale di Tim. L’operazione, costata quasi 3 miliardi di euro cash, portando l’esposizione finanziaria del gruppo oltre i 5 miliardi, ha l’obbligo di generare efficienze e benefici percepibili già nei prossimi mesi. Il nuovo corso è quello tratteggiato in occasione dei consigli di amministrazione che ieri, prima in Poste e qualche ora dopo in Tim, hanno sancito la definitiva «presa» del gruppo di servizi finanziari e spedizioni sulla società finora guidata da Pietro Labriola. A indicarlo è il documento approvato dal board di Poste, che «disciplina i rapporti e i flussi informativi tra le due aziende, assicurando l’allineamento e il coordinamento di Tim e delle sue controllate, in quanto società appartenenti al gruppo facente capo a Poste Italiane».
Il cambio di prospettiva da ora in poi obbliga Tim a condividere tutte le scelte con il gruppo gestito da Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco. A partire dagli obiettivi strategici, così come il coordinamento delle politiche industriali e gestionali, l’integrazione di attività e competenze. La regola della condivisione mira a «favorire lo sviluppo e la creazione di valore dell’intero gruppo».
Il nuovo assetto punta ad accelerare il percorso di integrazione e stabilisce che l’attività di direzione e coordinamento su Tim venga disciplinato da Del Fante e da Lasco (oltre che da board di Poste) attraverso l’esercizio dei poteri a loro attribuiti, un ulteriore potere di guida su Tim lo avranno le varie strutture e direzioni interne di Poste in base ai vari ambiti di competenza. Con questa organizzazione il gruppo Poste accorcia la catena di comando e si garantisce «piena visibilità sulle principali attività e iniziative di Tim», poiché «verrà coinvolto preventivamente nella valutazione delle operazioni di maggiore rilievo strategico (comprese le operazioni rilevanti), ferma restando l’autonomia giuridica di Tim e delle sue controllate, a tutela anche degli azionisti di minoranza».
Quest’ultimo passaggio ricorda che una quota del 14% di Tim è tuttora in mano a qualche fondo e a piccoli azionisti, sebbene ormai possessori di titoli poco liquidi.