I fondi di private equity, e in generale gli investitori istituzionali, non sono più visti come i “diavoli” che vogliono dissanguare le aziende, o che arrivano a conquistarle quando la situazione è compromessa e si intravede il cimitero. Ormai l’approccio degli imprenditori è cambiato, e avere un partner che accompagni lo sviluppo, strutturi la governance, supporti l’internazionalizzazione è diventata una prospettiva “normale”. Una prospettiva, come hanno testimoniato le aziende, i fondi e i consulenti intervenuti alla tappa toscana del roadshow ‘Private Equity Days’ del Sole 24 Ore, che si è svolta ieri al Palazzo degli Affari di Firenze, che guarda al consolidamento, alla creazione di valore, alla sopravvivenza delle aziende al passaggio generazionale. «La Toscana è terra di attrazione di capitali internazionali – ha sottolineato il direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, aprendo il convegno – qui gli azionisti non hanno avuto paura dei fondi di private equity». Ma per aprire la porta a un partner finanziario, ha precisato il vicepresidente di Confindustria Toscana Centro e Costa, Stefano Gabbrielli, «occorre un cambiamento culturale, per comprendere che non si rinuncia alla propria autonomia ma si rafforzano le competenze».
Il mercato del private equity è in crescita in Italia, ha spiegato Alessandro Zanca partner Kpmg, con 887 operazioni concluse nel 2025 contro le 732 del 2024, anche se gli investimenti in private equity rappresentano solo lo 0,4% del Pil, mentre in Francia pesano il doppio e nel Regno Unito il triplo. «Quel che vediamo è che negli ultimi anni i fondi tendono a tenere le partecipazioni in portafoglio più a lungo», ha aggiunto Zanca. L’altra tendenza in atto, come ha ricordato Fausto Rinallo, ad di Ethica Group, è il Buy&Build, che porta «un fondo a investire nella maggioranza di un’azienda per poi aggregare altre realtà, scalare le dimensioni e trovare nuove vie di crescita».
Grazie a questa strategia, anche le piccole aziende che hanno una leadership in una nicchia globale possono essere aggregate e affrontare il passaggio generazionale. L’intelligenza artificiale peraltro ha accelerato il processo di avvicinamento ai fondi perché, come ha spiegato Valentina Franceschini partner di Wise Sgr, «con l’avvento dell’AI alcuni imprenditori non sono più in grado di portare avanti l’innovazione o di prendere decisioni da soli». La rete di relazioni e la «capacità di costruire i marchi facendo partnership con gli imprenditori» è il filo che guida Made in Italy Fund, joint venture Quadrivio-Pambianco, come ha spiegato il partner Alessio Candi. Mentre Filippo Isacco, partner Private equity Clifford Chance, ha sottolineato come oggi il mercato sia più difficile: «C’è una componente di equity maggiore e un minor ricorso alla leva anche per l’innalzamento dei tassi: vediamo una evoluzione nella struttura ma non una diminuzione delle operazioni». «Per scegliere un fondo devi avere chiaro i bisogni e le direttrici di sviluppo», ha aggiunto Fabrizio Bencini, managing partner di Kon Advisory.
Le aziende toscane che hanno aperto il capitale applaudono alla scelta. Tra il 2021 e il primo semestre 2026 le operazioni di private equity nella regione sono state 239, pari al 6% di quelle italiane (la classificata è guidata dalla Lombardia col 44%, Lazio col 10%, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto col 7%). La Toscana, con le sue aziende di qualità nella moda, alimentare, farmaceutico, medicale e Ict, è considerata un terreno fertile per gli investitori istituzionali. Paolo Marcucci, presidente della lucchese Kedrion Biopharma (plasmaderivati), 1,6 miliardi di fatturato e 5.400 dipendenti, ha raccontato la partnership col fondo Permira per acquisire un’azienda nel Regno Unito che aveva una forte distribuzione negli Usa, «operazione che non avremmo potuto fare in altro modo», e ha indicato la Borsa come prossimo obiettivo «quando avremo bisogno di altri capitali». Leonardo Bagnoli, presidente dell’empolese Sammontana Italia Holding (gelati e croissanteria), 900 milioni di fatturato e 2.400 dipendenti, ha ricordato l’ingresso di InvestIndustrial accanto alla sua famiglia per acquisire il gruppo alimentare Bindi-Forno d’Asolo e ha annunciato di avere «allo studio altre operazioni di acquisizione più piccole» con l’obiettivo di aumentare ancora l’export che oggi è al 25%. Massimo Mauri, ceo dell’aretina Seco (elettronica e AI), 198 milioni di fatturato 2025 e +10% previsto quest’anno, prima di andare in Borsa nel 2021 aveva fatto entrare il Fondo Italiano: «Seco può essere un esempio di come può crescere un’azienda che nel 2016 faceva 30 milioni di fatturato», ha detto. È la strada cui guardano aziende di dimensioni più piccole, come Skynet Technology (IT Service Integrator) nella quale il fondo italiano ha investito 15 milioni nel 2023, come ha ricordato il ceo Massimiliano Molese; come Quido (piattaforma basata sull’Ai per l’analisi finanziaria), che nel febbraio scorso ha chiuso un round da 1,6 milioni guidato da Vertis Sgr con Cdp Venture capital, come ha raccontato il ceo Francesco Calia; e WitApp (software sanitari), che ha ceduto la maggioranza al fondo Nextalia per crescere, ha spiegato l’ad Giovanni Pugliese.