Diceva Adam Smith che le assicurazioni sono nate per mutualizzare i rischi: «Una perdita che rovinerebbe un singolo viene distribuita leggera e sopportabile sull’intera società». Questo principio dovrebbe valere anche per le recenti coperture obbligatorie contro le catastrofi naturali. Ma qualcosa, nel meccanismo creato dal governo ed entrato in vigore in più fasi tra il 2025 (per le grandi imprese), l’ottobre 2025 (per le medie) e il marzo del 2026 (per le piccole),
non sembra ancora funzionare al meglio. Per una serie di motivi concomitanti. Più che mutualizzare, fino a questo momento le imprese hanno pagato esattamente in relazione al rischio che corrono. Se si trovano in un territorio soggetto a terremoti, frane o alluvioni (i tre rischi che concorrono a determinare la tariffa) pagano molto o moltissimo. Se invece insistono su aree poco rischiose, pagano poco o pochissimo.
Nell’Rc auto, ad esempio, c’è una forma di mutualizzazione dei rischi per cui chi è soggetto a molti sinistri o vive in un’area dove gli incidenti sono maggiori, non paga esattamente in proporzione a quello che dovrebbe pagare, grazie – spiegano gli addetti ai lavori – a effetti di compensazione (anche normativa: si pensi alla famosa Legge Bersani). Ma nelle catastrofali non c’è alcun correttivo, anche se qui il rischio è oggettivo e non comportamentale come nella
guida di un veicolo.
A mettere in luce le caratteristiche di questa prima fase di applicazione delle polizze catastrofali è uno studio di Riccardo Cesari, docente all’Università di Bologna ed ex membro del consiglio d’amministrazione dell’Ivass, l’ente di vigilanza sul settore assicurativo. Lo studio è apparso su Lavoce.info e riguarda i dati pubblicati recentemente dall’Ivass relativi però all’inizio del 2026. I dati sono quindi limitati. Si dovrà rivedere la situazione quando i dati saranno molti di più, soprattutto per l’irrompere sul mercato almeno di una parte delle miniimprese, circa 4 milioni. Tuttavia, c’è un certo sgomento, al momento: gli ultimi dati raccolti dall’Ania, l’associazione fra le imprese assicurative, fino al 31 maggio scorso, parlano di 733.498 contratti in essere, pari al 16,3% delle aziende che in teoria dovrebbero assicurarsi. In parole povere, le piccole imprese sono restie ad assicurarsi anche se queste polizze sono obbligatorie.
Le cat nat sono ancora al palo.
Di certo, finora di vera mutualizzazione dei rischi non si parla proprio: «Il risultato – spiega Cesari – è un premio che cresce proporzionalmente al rischio, dai valori minimi del Trentino Alto Adige, Piemonte, Lombardi e Sardegna, ai massimi di Calabria, Molise, Umbria ed Emilia Romagna». Un grafico elaborato da Algoritmic su dati Istat e Ivass, e ripreso da Cesari, mostra come il premio mediano cresca proporzionalmente all’aumento del rischio di catastrofi
naturali. Tra l’altro è stato stimato il “peso” di ciascun rischio nell’indice che poi si usa come base delle tariffe: il terremoto vale l’83% del totale, le frane il 6% e le alluvioni l’11 per cento. Mediamente, dunque, «il rischio terremoto è quello che più incide nella determinazione del premio finale».
Durante le fasi preliminari di discussione della nuova legge, si era ipotizzato che le più grandi imprese assicurative avrebbero costituito un pool che avrebbe potuto mitigare le profonde differenze di tariffa. Un pool è stato effettivamente costituito un anno fa, ma è un consorzio – spiegano fonti assicurative – che serve solo alla riassicurazione dei rischi sul mercato internazionale o presso la Sace. Un vero pool dovrebbe invece mettere assieme i rischi con effetti benefici sul premio medio per la clientela, soprattutto per le zone ad alto rischio che potrebbero dover affrontare prezzi non sostenibili. Ma questo pool non c’è. D’altra parte, negli ambienti assicurativi si fa notare che soltanto con una massiccia adesione delle imprese alle “cat nat” si potrebbe avere una qualche forma di mutualizzazione. Ma per ora i dati dicono che siamo ben lontani da questo obiettivo.
«Un effetto analogo – nota Cesari – poteva ottenersi anche con un pool dal lato della domanda (le imprese commerciali) ma le varie associazioni imprenditoriali (Confindustria, Confcommercio, NdR), non l’hanno realizzato». Anche qui non ci capisce il perché: le organizzazioni imprenditoriali non hanno fatto abbastanza per contrattare tariffe più basse con le compagnie per i loro associati. O, se l’hanno fatto, i risultati per ora non si vedono.
Altra singolarità: le imprese, più grandi sono, meno pagano in proporzione al capitale assicurato. Ciò accade perché le grandi imprese hanno un potere contrattuale nei confronti delle compagnie, un potere che in effetti usano. Purtroppo in Italia la legge è nata così, ma in Francia e in Spagna, invece, il premio è flat in proporzione al capitale assicurato.
Alla fine ciò che emerge è che a essere penalizzate in questa fase sono soprattutto le imprese piccole e che insistono in territori ad alto rischio (ancor più quelle che hanno entrambi questi handicap). Proprio parte di quel “popolo delle partite Iva” che in un modo o nell’altro i governi di centro-destra hanno sempre vezzeggiato e ritenuto di dover difendere.
Per ridurre i costi per le piccole e medie imprese, «che al momento scontano una mutualità ridotta», Cesari arriva a proporre un incentivo fiscale rafforzato. Ma oltre alla carota, l’ex membro del cda dell’Ivass ricorda che serve anche il bastone: «Come ha notato lo stesso Angelini nel suo doppio ruolo di presidente di Ivass e direttore generale della Banca d’Italia, sarebbe utile che le banche facessero un uso sistematico delle informazioni sulle coperture assicurative delle imprese nella determinazione delle condizioni di offerta del credito, dato che un’adeguata copertura assicurativa riduce la rischiosità dell’impresa e quindi i tassi sui prestiti. Di qui la convenienza a coprire i rischi, innescando un circolo virtuoso».