06.07.2026

Medie imprese, stangata fiscale

  • Italia Oggi

Seicento milioni di euro di tasse “di troppo” versate ogni anno al Fisco dalle medie imprese italiane rispetto a quanto fatto dalle big company. E questo, a causa della loro minor capacità di ottimizzare il carico fiscale attraverso la pianificazione internazionale, la capitalizzazione societaria e lo sfruttamento di crediti d’imposta complessi. Il dato allarmante è stato messo in luce dagli esperti dell’area studi Mediobanca che, insieme al centro studi Tagliacarne e Unioncamere, hanno passato in rassegna lo stato di salute delle medie imprese (Mi) manifatturiere a controllo familiare con una forza lavoro compresa tra 50 e 499 addetti e ricavi tra 19 e 415 milioni di euro: una galassia di 3.491 aziende che da sola genera il 16% del fatturato manifatturiero nazionale, il 15% del valore aggiunto e il 13% di export e occupazione.

È attraverso questa analisi che si è scoperto come nel decennio 2015-2024 il tax rate effettivo delle imprese a media capitalizzazione si è attestato in Italia al 26,5%, un valore superiore di 4,5 punti percentuali rispetto al 22% versato al fisco dalle grandi imprese a controllo italiano.

Un differenziale che, tradotto in valori assoluti, equivale a un mancato risparmio di circa 600 milioni di euro l’anno per le medie imprese, pari a 6 miliardi cumulati nel decennio, ovvero l’8,1% degli investimenti realizzati complessivamente da queste aziende nello stesso arco temporale. E questo, nonostante l’andamento poco lineare nel processo di tassazione della media impresa in Italia.

Dopo una fase di significativo alleggerimento del carico fiscale (passato dal 33,1% del 2015 al 21,6% del 2020 complici alcuni interventi normativi favorevoli), l’aliquota effettiva è tornata a salire fino al 26,4% del 2024, riportando il divario con le grandi imprese sui livelli di partenza.

Crescita solida, ma frenata dall’incertezza. Al di là della questione fiscale, il quadro complessivo emerso dall’analisi di Mediobanca appare comunque positivo per le medie imprese italiane. Negli ultimi 29 anni il comparto è cresciuto infatti sia per numero di aziende (passate da 3.377 a 3.491), sia per fatturato (+178,3% contro il +133,1% delle grandi imprese), sia anche sul fronte delle esportazioni (+290,7% contro +202,9%) e dell’occupazione (+47,2% contro un calo del 6% per le big). Mentre i consuntivi 2025 non fanno che confermare la tenuta del comparto, con un fatturato totale in lieve crescita (+0,3%) nonostante il calo delle esportazioni (-1,5%). Anche le attese per il 2026 sembrano improntate all’ottimismo con gli operatori che stimano un incremento del fatturato del 2,5% con un export atteso in crescita del 2,7%.

Equilibrio in un mondo instabile. Tra i dati più rilevanti emersi dall’analisi, spicca certamente l’impatto dell’incertezza geopolitica e macroeconomica sulle prospettive di sviluppo: secondo il 73,9% delle medie imprese, il contesto internazionale ha aumentato in modo significativo l’incertezza sull’attività aziendale. Tanto che, oltre 7 imprenditori su 10 (72,8%), prevedono ricavi inferiori nei prossimi 12 mesi rispetto a uno scenario di maggiore stabilità.

A preoccupare è soprattutto la scarsa preparazione strutturale: solo il 21,1% delle medie imprese dispone, infatti, di strumenti e strategie organizzate per gestire l’incertezza, come riserve finanziarie dedicate o piani di investimento. Per non parlare della volatilità dei costi energetici e delle materie prime, indicate dal 54,5% degli imprenditori oltre alle tensioni geopolitiche internazionali (53,8%), l’instabilità della domanda (37,4%) e le restrizioni commerciali (28,1%).

Catene di fornitura sotto stress. Il tema delle materie prime critiche sembra comunque uno degli elementi più spinosi per le medie imprese italiane: il 40,7% ha segnalato infatti problemi attuali o attesi di approvvigionamento con la Cina indicata come principale fonte di criticità dal 41% delle aziende già colpite. Allargando l’analisi alle difficoltà indirette – legate cioè all’acquisto di componenti e macchinari che incorporano materie prime critiche – la quota di imprese esposte sale al 46,2%, e ben il 96% ritiene che le tensioni negli approvvigionamenti avranno ripercussioni concrete sull’attività, soprattutto in termini di rincari del prodotto finito (67,1%) e ritardi nelle consegne (57,5%).

È qui che si inserisce un altro elemento critico dell’analisi, ovvero il Supply chain vulnerability index elaborato dal Centro Studi Tagliacarne-Unioncamere secondo cui il 31% delle medie imprese si colloca in una condizione di vulnerabilità medio-alta nelle catene di fornitura.

Ma come si inserisce, in questo discorso, il tema dei dazi statunitensi se è vero che il 55% delle medie imprese esporta negli Usa? La strategia seguita dagli imprenditori è il mantenimento dei listini, anche a costo di una contrazione dei volumi (44,4% a parità di volumi, 30,9% con volumi in calo), mentre restano marginali le strategie più strutturali come l’apertura di siti produttivi oltreoceano (4,9%) o le triangolazioni commerciali con Paesi terzi (4,3%).

Il collo di bottiglia del capitale umano. Se il fisco e l’incertezza globale rappresentano vincoli esterni, sul fronte interno la principale criticità segnalata dalle imprese riguarda il capitale umano. Quasi il 90% delle medie imprese ha denunciato una certa difficoltà nel reperimento di personale, un mix di labour shortage (50,3%) e skill gap (62,5%) che colpisce soprattutto le competenze tecniche e specialistiche (67,2%) e quelle operative e manuali (50,6%).

Per colmare questo divario, il 77% delle aziende ricorre a lavoratori stranieri, che costituiscono il 15% della forza lavoro complessiva, per lo più a causa del disinteresse dei lavoratori italiani verso mansioni ritenute faticose o dequalificanti (69,7%), più che per ragioni di costo (solo il 4,2% lo indica come motivazione).

L’occupazione complessiva del comparto (523.359 addetti a fine 2024), è cresciuta comunque del 23,7% nel decennio 2015-2024, ma la componente femminile si è mantenuta ferma al 27% con gli under 35 che pur rappresentando il 41% delle nuove assunzioni, faticano ad accedere a ruoli dirigenziali (appena l’1%).

Governance familiare ancora poco strutturata. Sul piano degli assetti proprietari, infine, tra le medie imprese italiane continua a dominare il modello familiare: nel 65% dei casi la proprietà fa capo a un’unica famiglia o persona fisica, il 53% delle imprese è guidato dalla seconda generazione e il 28% resta ancora nelle mani del fondatore.

Una situazione che va di pari passo con la scarsa formalizzazione degli strumenti di governance: oltre il 40% delle imprese non adotta alcuno strumento specifico per definire il ruolo della famiglia, e anche tra le più strutturate prevalgono soluzioni leggere come il patto di famiglia (24,7%) rispetto a strumenti più evoluti come trust o family office, ancora marginali. Intanto, però, i board si mantengono snelli (3,6 membri in media) anche se piuttosto vetusti (età media di 60 anni) e poco diversificati: gli uomini occupano il 79% delle cariche e gli amministratori di nazionalità estera sono soltanto il 3,3%.