29.06.2026

L’IA entra negli studi legali “Ma non redigerà gli atti”

  • La Repubblica

Tre indizi fanno una prova: l’impiego delle tecnologie e in particolare dell’Intelligenza
artificiale negli studi legali tricolori sta compiendo un salto di qualità. Nei giorni scorsi Legora,
l’IA svedese dedicata al mondo legale, ha annunciato un piano di investimenti europei con tre
nuovi uffici: Madrid, Parigi e appunto Milano. Si registra poi l’apertura di Cegeka sull’Italia: per
la prima volta la grande multinazionale belga nata nel 1992 e forte ora di 9mila dipendenti con
1,3 miliardi di fatturato, ha lavorato con Brugnoletti & Associati per mettere in pista la sua
piattaforma intelligente.
Recente è infine l’espansione di Harvey, l’IA americana per i legali che deve il suo nome alla
serie “Suits”, che ha impiantato un team dedicato al mercato tricolore, sempre a Milano, e
annunciato l’adozione delle sue tecnologie da parte di BonelliErede. Un salto che lo studio
compie a dieci anni esatti dalla creazione di beLab: «Quando ancora l’IA non si conosceva,
abbiamo creato questa divisione interna, che è poi diventata una società controllata al 100%:
iniziammo così a valutare per quali dei nostri processi e servizi legali si potesse efficacemente
utilizzare la tecnologia», ricordano Eliana Catalano, managing partner di BonelliErede e
Marcello Giustiniani, partner e presidente di beLab.
La logica è quella di “spacchettare” i processi e valutare dove la tecnologia possa esser di
supporto. «Ed è così che è diventato un asset importante dello studio, al quale rimane
comunque in capo il rapporto con il cliente». Che si ritrova però in mano servizi aggiuntivi,
«come la due diligence ‘know your customer’, ad esempio nell’ambito di un’operazione di
fusione o acquisizione».
Ovvio poggiare su beLab l’integrazione dell’IA, il tema evolutivo all’ordine del giorno.
«Inizialmente c’erano molte incognite, soprattutto su sicurezza e tutela dei dati – rammenta
Catalano – Per questo abbiamo subordinato l’utilizzo delle piattaforme di IA al vaglio di una
task force dedicata». La ratio interna è «di non utilizzare la tecnologia per offrire soluzioni e
quindi “redigere l’atto” – spiega Giustiniani – ma come strumento sempre più sofisticato per
capire il “fatto” che rappresenta un problema per il cliente. La fase della “ricerca della
soluzione” rimane però in capo al professionista, che deve imparare a dialogare con l’IA per
ottenere un risultato migliore». Ecco che la tecnologia diventa «uno strumento molto potente,
ma devi fare le domande giuste».
BonelliErede ha quindi messo a disposizione delle proprie persone un “prontuario dei
prompt”, percorsi obbligatori di “awareness AI” ma anche dei “Power Users”, professionisti
«formati per individuare casi d’uso specifici per ciascuna practice e garantire un impiego
dell’IA consapevole», spiegano. Nella convinzione che su un aspetto non si arretra: «Il nostro
compito – chiosa Giustiniani – soprattutto verso i più giovani, è presidiare il rischio che si dica
“tanto c’è l’IA e quindi studio meno”: la preparazione continuerà a fare la differenza».