Il patrimonio investito dalle compagnie di assicurazione operanti in Italia ha raggiunto quota
1.052 miliardi di euro nel corso del 2025, Si tratta di un aumento di 42 miliardi rispetto all’anno
precedente. Una massa liquida imponente, equivalente a quasi la metà del Prodotto interno
lordo nazionale, che in un contesto macroeconomico globale segnato da spinte neoprotezionistiche, forti tensioni geopolitiche e dalla volatilità dei mercati finanziari, emerge
come un pilastro di stabilità per la tenuta stessa del sistema Paese.
Per comprendere al meglio la scala e l’impatto di questi numeri è innanzitutto necessario
analizzare la destinazione di questa enorme riserva di capitale, che per circa il 38% del
portafoglio complessivo — pari a 405 miliardi di euro — è direttamente ancorato al perimetro
dell’economia nazionale. Una quota che si suddivide fondamentalmente in due grandi
direttrici: il sostegno al debito sovrano e il finanziamento diretto dell’apparato produttivo e
infrastrutturale.
Il primo asse, quello dei titoli di Stato, rappresenta storicamente il porto sicuro per eccellenza
per la raccolta dei rami Vita, che necessitano di gestioni prudenti e orizzonti temporali di
lungo periodo. In Italia questa vocazione assume una rilevanza macroeconomica decisiva.
Con 235 miliardi di euro allocati in bond governativi nazionali, le assicurazioni detengono
circa il 10% dell’intero debito pubblico circolante. Si tratta di un’esposizione strutturale che si
traduce nel 22,3% del portafoglio totale delle compagnie operanti in Italia: una quota
significativamente superiore alla media riscontrata nel resto dell’Unione europea, dove gli
investimenti in titoli di Stato nazionali si fermano mediamente appena al 10,3%.
Questo disallineamento evidenzia come il comparto assicurativo domestico svolga una
funzione sussidiaria e di ammortizzatore per le finanze pubbliche nei momenti di maggiore
stress sui mercati, garantendo una domanda interna stabile per le emissioni del Tesoro.
Accanto al tradizionale canale delle emissioni governative sta tuttavia guadagnando terreno
una seconda direttrice strategica, fortemente legata al concetto di economia reale e alla
transizione sostenibile.
Gli investimenti diretti nel tessuto imprenditoriale e nelle infrastrutture del Paese hanno
raggiunto i 170 miliardi di euro, incidendo per il 16% sul portafoglio complessivo. All’interno di
questo ecosistema, una nicchia in forte espansione è quella dei cosiddetti private markets —
che includono real estate, private equity, private debt e fondi infrastrutturali — arrivati a
muovere 26 miliardi di euro. È la dimostrazione di un progressivo mutamento dei modelli
allocativi, spinto anche da quadri regolamentari più favorevoli, che punta a canalizzare il
risparmio privato verso progetti industriali di lungo respiro, capaci di generare crescita reale e
occupazione.
Questo dinamismo non prescinde da una profonda revisione dei criteri di selezione del
rischio, dove la sostenibilità rappresenta un fattore sempre più nativo nei processi decisionali.
Nel 2025 gli investimenti classificati come sostenibili hanno toccato la quota record di 203
miliardi di euro, arrivando a rappresentare un quinto (il 20%) dell’intero portafoglio del
settore in Italia. Più nel dettaglio, questa massa verde è composta per 157 miliardi da fondi
d’investimento conformi alle normative comunitarie Esg e per 46 miliardi da strumenti
sostenibili del portafoglio diretto, come green, social e sustainability bonds. L’attivismo delle
compagnie operanti in Italia in questo campo è certificato dal fatto che gli strumenti
sostenibili diretti domestici rappresentano da soli il 12% dell’intero mercato delle emissioni
sostenibili europee.
Restando nell’ambito della sostenibilità, l’impronta di carbonio media del portafoglio è scesa
nel 2024 (ultimo dato disponibile) a 415 tonnellate per milione di euro investito, registrando
una contrazione del 3,5% rispetto alle 431 tonnellate registrate nel 2023. Significa che, a parità
di capitale allocato, le scelte d’investimento si stanno progressivamente orientando verso
asset a minore impatto ambientale.
Tirando le fila emerge con evidenza l’immagine di un attore macroeconomico iper-connesso
con la stabilità finanziaria e lo sviluppo strutturale dell’Italia. In un’epoca come questa in cui
le risorse pubbliche destinate agli investimenti sono severamente vincolate dalle regole di
bilancio, la capacità del settore assicurativo di raccogliere il risparmio dei cittadini e
trasformarlo in capitale di lungo termine — per lo Stato, per le imprese e per la transizione
ecologica — rappresenta una leva di competitività di cui il sistema economico nazionale non
può fare a meno.