L’intelligenza artificiale può diventare la leva che farà ripartire la produttività italiana. Per quei Paesi a bassa natalità in cui la popolazione non cresce più, è una risposta concreta». Tatiana Rizzante lavora ogni giorno con i grandi protagonisti mondiali del settore. Dal 2006 guida Reply, la multinazionale fondata a Torino nel 1996 dal padre Mario Rizzante e oggi quotata sul segmento Star di Borsa Italiana. Sotto la sua guida l’azienda è cresciuta fino a 2,48 miliardi di euro di ricavi, oltre 16.600 dipendenti ed è presente in Europa, Stati Uniti e Brasile. Specializzata in intelligenza artificiale, cloud e trasformazione digitale, Reply accompagna le imprese nell’adozione delle nuove tecnologie ed è partner di Microsoft, Google, Amazon Web Services, OpenAI, Mistral AI e LangChain.
Che cosa fa Reply?
«Aiutiamo le aziende a trasformare l’innovazione tecnologica in valore. Facciamo consulenza e sviluppiamo servizi. Siamo nati con la rivoluzione digitale alla fine degli anni Novanta e abbiamo sempre mantenuto la stessa missione: anticipare la tecnologia e renderla utile per le imprese. Non produciamo hardware o componenti elettronici. Quello che fino a ieri era software oggi è sempre più Ai integrata negli oggetti, nei processi e nelle piattaforme aziendali. Operiamo nel mercato b2b e affianchiamo medie e grandi aziende di tutti i settori».
Da dove nasce un fatturato di oltre 2,4 miliardi di euro?
«Metà del nostro fatturato arriva dall’Italia e metà dall’estero, soprattutto da Germania, Regno Unito, Francia e Benelux. Negli ultimi dieci anni ci sono stati due grandi motori della crescita. Il primo è stato il cloud. Il secondo è l’evoluzione dell’Internet of Things: abbiamo connesso milioni di oggetti e ora stiamo aggiungendo l’intelligenza artificiale. In molti casi un oggetto statico diventa un robot. Accanto a questo continua a evolvere tutto il mondo dei servizi digitali, che diventano sempre più personalizzati grazie all’Ai. Se negli ultimi vent’anni il software è stato il sistema operativo delle aziende, questo ruolo sarà progressivamente assunto dall’intelligenza artificiale».
Quali sono i settori che stanno cambiando più rapidamente?
«Nel manifatturiero l’Ai permette di leggere in tempo reale ciò che accade in uno stabilimento e suggerire come intervenire senza dover programmare ogni possibile regola. Lo stesso vale per il back office bancario, assicurativo e per la cybersicurezza, dove bisogna analizzare enormi quantità di dati e reagire velocemente. Anche la sanità: nel triage, ad esempio, l’Ai non sostituisce il personale sanitario, ma può suggerire domande aggiuntive e valutare meglio i casi più complessi».
Le imprese italiane sono pronte a questa trasformazione?
«Non vedo grandi differenze tra le aziende italiane e quelle degli altri Paesi europei. Banche e assicurazioni sono tra i comparti più avanti perché l’Ai si applica naturalmente ai processi. Più complessa è la sfida per il manifatturiero, dove non si tratta solo di rendere più efficiente un’organizzazione, ma di capire come inserire l’Ai direttamente nei prodotti. Nelle infrastrutture, invece, l’adozione procede con tempi più lunghi».
Davvero l’Ai può aiutare il rilancio della produttività italiana?
«Ne sono convinta. Ma c’è anche un rischio che non dobbiamo sottovalutare. Ogni volta che usiamo questi strumenti per scrivere un documento, preparare una presentazione, produciamo conoscenza. Se questa conoscenza non viene capitalizzata dall’azienda o dal sistema Paese, rischiamo di perderla. E la conoscenza è la principale forma di ricchezza del mondo occidentale».
Come si costruisce valore in Europa?
«La partita dei grandi modelli Ai è ancora aperta e continuerà a esserlo per diversi anni. Ma accanto a questi nascerà un’enorme quantità di modelli verticali, specializzati in ambiti specifici. Un modello generalista può imparare a fare musica, ma se voglio che suoni come Mark Knopfler devo specializzarlo. È proprio su questo che abbiamo investito con la nostra Model Factory: aiutare le aziende a costruire modelli fondati sulla loro conoscenza, sui loro dati e sulle loro competenze. Allo stesso tempo continuiamo a lavorare con i grandi partner internazionali. Sarà un ecosistema in cui grandi modelli e modelli verticali convivranno».
Quanto pesa il controllo dei dati nelle scelte dei vostri clienti?
«Pesa moltissimo, ma spesso il tema non è solo dove risiedono i dati. Per questo, abbiamo sviluppato la Reply Model Factory, una piattaforma che consente di costruire modelli di AI addestrati sul patrimonio informativo dell’impresa e di eseguirli anche all’interno della propria infrastruttura.»
Dove vedete le maggiori opportunità di crescita internazionale?
«L’Europa resta il nostro mercato di riferimento. Ma prosegue lo sviluppo negli Stati Uniti, dove ci stiamo concentrando su aree ben precise: Seattle, per il rapporto con i grandi gruppi tecnologici; Chicago e Detroit, dove il manifatturiero rappresenta una grande opportunità; e Atlanta e Philadelphia, per il mondo dei consumer product e dei servizi».
La vera sfida oggi è trovare le competenze?
«Esatto. Le università dovranno aumentare l’offerta formativa e integrare sempre di più questi strumenti anche nella didattica. Per noi la formazione è sempre stata un investimento strategico. Da trent’anni abbiamo un’academy interna. Oggi abbiamo aggiunto il Forward Deployed Engineer. Sono professionisti che uniscono competenze tecnologiche e conoscenza del business, capaci di parlare con il cliente, comprenderne i processi e trasformare l’intelligenza artificiale in soluzioni concrete. Credo che sarà una delle figure più richieste nei prossimi anni».