Chi si contenta gode, dice l’adagio. Ma la Lombardia che qualcuno spaccia per uno dei «motori d’Europa» può accontentarsi d’essere 26ª tra le regioni Ue innovative dietro non solo l’Ile de France o Stoccolma ma pure le aree di Budapest, Bratislava, Varsavia, Lubiana? E la famosa «locomotiva» della Terza Italia può compiacersi d’essere 82ª con l’Emilia-Romagna, 106ª col Veneto (in risalita dal 118° posto!), 113ª col Trentino, 129ª con il Friuli V. Giulia su 242 regioni del continente?
Ecco cosa ti chiedi, leggendo il dossier InnoTech Report 2026 presentato ieri a Stresa da Teha (The European House-Ambrosetti) sulle nostre possibilità di stare al passo dei Paesi più competitivi sul piano dell’innovazione, dell’intelligenza artificiale, della ricerca scientifica… Perché sì, nella scia della narrazione sull’intelligenza e l’estro degli italiani possiamo gongolare per essere quinti al mondo per «qualità della ricerca accademica», settimi per «export manifatturiero e presenza di infrastrutture come i supercomputer» o ottavi per «qualità dei brevetti», anche se trasformiamo in brevetti «solo il 3% delle pubblicazioni scientifiche rispetto al 14% della Germania e al 12% della Francia». Sono troppi, però, i ritardi che stiamo pagando. A partire da «un deficit di circa 4,5 milioni di lavoratori con competenze digitali avanzate, un divario che potrebbe interessare oltre 10 milioni di persone entro il 2030».
Classifica regionale
Nella classifica europea, Lombardia al 26esimo posto, Emilia-Romagna 82esima
Colpa di Giorgia Meloni? Non proprio. O non solo. L’Italia, sospira Valerio De Molli ceo di European House Ambrosetti, «continua a scontare un ritardo strutturale. Il nostro Paese destina all’istruzione il 4,07% del PIL, contro il 7,3% della Svezia, che guida la classifica mondiale per capitale umano. Anche sul fronte della formazione universitaria il gap resta ampio: in Corea del Sud circa il 71% dei giovani è laureato, mentre in Italia siamo poco sopra il 31%». Squilibrio aggravato da un andazzo storico che Piero Angela in Chiedetevi sempre perché (a cura di Massimo Polidoro, Mondadori) riassunse così: «Nessuno scienziato oserebbe ammettere la sua ignoranza sui grandi classici della letteratura, si sentirebbe menomato, incolto. Mentre un letterato può dire, senza vergognarsi, di non capire nulla di scienza». E noi, sulle discipline Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics) siamo indietro: 23,55% del totale dei laureati, contro il 35,5% della Germania, il 30,95% della Corea del Sud e il 30,52% dell’Austria.
I ritardi
L’Italia mostra ritardi su innovazione e capitale umano, con un deficit di competenze digitali
Di più: se è vero, come conferma il rapporto, che «i Paesi più competitivi sul terreno dell’innovazione sono quelli che puntano sul capitale umano e su ricerca e sviluppo», l’Italia fatica. E non parliamo solo della voglia di scommettere sul futuro che si può vedere nell’enorme squilibrio tra noi e gli Stati Uniti, dove la disponibilità a rischiare sulle startup più ambiziose è 16 volte più alta. Basti mettere a confronto gli investimenti pubblici e privati nostri (totale 1,38%) con quelli dei nostri vicini svizzeri (3,10%), tedeschi (3,13), francesi (3,22), austriaci (3,26) per non dire della Corea del Sud (5,13) o di Israele che svetta al 6,76%. Distacchi abissali. Che si vedono anche nei numeri degli addetti: «La Corea del Sud si colloca al primo posto con 17,25 persone dedicate alla R&S ogni mille occupati, un valore superiore a quello della Svezia (17,15) e della Finlandia (16,79). L’Italia si colloca al 30° posto con un valore di 6,53». Un delitto. Che ci trascina, nella tabella riassuntiva del «capitale umano», al 33º posto. Dopo non solo i Paesi d’eccellenza ma anche dopo Estonia, Portogallo, Ungheria, Grecia…
E sia chiaro: a pesare sull’Italia non è «la solita palla al piede della questione meridionale». Se Puglia, Sicilia, Basilicata e Calabria sulla innovazione arrancano ancora oltre il 200º posto, appena sopra il dipartimento francese delle isole Mayotte tra il Madagascar e il Mozambico, sono 13 su 20 le nostre regioni finite nella metà meno virtuosa dell’Ue. E solo quattro (Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e per un pelo il Piemonte: 99º) quelle che stanno tra le prime cento.
C’è chi dirà: «Sono numeri, solo numeri… Ranking cartacei buoni domani per incartare il pesce…». Sarà… Ma non ce n’è uno che non confermi gli allarmi lanciati da Draghi e altri sui temi da prendere di petto. Come il dato sui nostri atenei (dove solo il 4% degli ordinari ha meno di 47 anni!) presenti nella top 200 mondiale: 6,98%. Pari a 27º posto. Posizione «lontanissima dal podio: 69,23% nei Paesi Bassi; 62,5% in Svezia; il 60% in Danimarca)». Col danno collaterale che «il Paese è 30° per attrattività nei confronti degli studenti internazionali, con un tasso di inbound mobility del 4,84%, contro il 65% degli Emirati Arabi Uniti, il 31,63% dell’Australia e il 23,41% del Regno Unito». Ma non raccontavamo a noi stessi che tutti volevano venire qui a studiare perché oltre alla cultura ci sono le mozzarelle, il Prosecco e il tiramisù?
Immaginiamo la risposta: la coperta è corta… Vero. Ma varrebbe la pena di rileggere quanto disse una quindicina di anni fa Barack Obama: «In un momento difficile come il presente c’è chi dice che non possiamo permetterci di investire in ricerca, che sostenere la scienza è un lusso quando bisogna dare priorità a ciò che è assolutamente necessario. Sono di opinione opposta. Oggi la ricerca è più essenziale che mai alla nostra prosperità, sicurezza, salute, ambiente, qualità della vita. (…) Per reagire alla crisi, oggi è il momento giusto per investire molto più di quanto si sia mai fatto nella ricerca applicata e nella ricerca di base, anche se in qualche caso i risultati si potranno vedere solo fra dieci anni o più…». Certo, non devi avere come primo pensiero le elezioni a Venezia, Salerno, Crotone…