Concretezza. Intesa Sanpaolo chiede di guardare ai fatti e di attenersi alle regole. La ridda di voci che la scorsa settimana ha attraversato i mercati non è riuscita a muovere di un centimetro la prima banca italiana dalla propria posizione, comunicata ai mercati lunedì 8 giugno: offerta mista, composta da azioni più contanti, sulla totalità delle azioni del Monte dei Paschi di Siena. Banca che entrerebbe nel perimetro di Intesa Sanpaolo, che è già pronta a scorporare 635 sportelli bancari da girare al gruppo Unipol, primo azionista di Bper Banca, che dovrebbe essere il destinatario finale di quelle agenzie.
Operazione che, così come è stata presentata, segnerebbe la fine della banca più antica del mondo, visto che Bper si è già premurata di dire che utilizzerebbe le livree del Monte, ma senza più fare riferimento a Siena. Apriti cielo. Vinti forse, ma cancellati e ridotti in schiavitù mai, hanno iniziato a dire in Toscana, organizzando la controffensiva. Ma i mezzi sono pochi e gli alleati hanno geometrie variabili. Così, mentre la Consob ha brillato per assenza nel corso di una settimana che ha sussurrato di tutto nelle orecchie degli operatori e degli osservatori di mercato, Intesa Sanpaolo rivendica il proprio ruolo di supporto all’economia del Paese, avvicinandosi a grandi passi all’assemblea dei soci di giovedì 10 settembre. In quella sede verrà votato il mandato al consiglio di amministrazione per emettere nuove azioni al servizio dell’operazione che si andrà a concludere senza alcun esborso da parte degli azionisti di Intesa.
Un percorso lineare, ma non in discesa. Intesa rivendica un know-how unico in Italia nelle operazioni di fusione e acquisizione: prima di Ubi, sei anni fa, sono state 27 le banche e le casse di risparmio riunite a formare il gruppo che conosciamo. E proprio dall’operazione Ubi del febbraio 2000 Intesa ha ricavato una rara competenza nelle tematiche che riguardano l’Antitrust. È pur vero, però, che dal 2000 ad oggi Intesa si è chiamata fuori da ogni partita di risiko domestico dicendo proprio che in Italia c’erano precisi vincoli alla concorrenza e che non sarebbero potuti più crescere per linee esterne. E ora?Riflessi
Tematiche antitrust potrebbero emergere anche per i riflessi assicurativi dell’operazione prospettata: se Intesa Sanpaolo arriverà in fondo al percorso che ha disegnato, attraverso Mediobanca sarà la prima azionista di Assicurazioni Generali , di cui sul mercato italiano è anche la prima concorrente nel comparto Vita, con la compagnia Intesa Sanpaolo Assicurazioni. Un bel rebus.
Tanto che più di qualcuno, sottolineando la complessità dell’operazione Mps, evidenzia che, forse, per Intesa che non sembra avere bisogno di sportelli in giro per lo Stivale, sarebbe stato più opportunistico concentrarsi sul vero valore di tutta l’operazione, ovvero il 13 per cento di Generali, che in Borsa vale circa 8,7 miliardi di euro. Una quota, ha ricordato più volte nei mesi scorsi l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, che è un nice to have e come tale, probabilmente, sarebbe stata anche cedibile a determinate condizioni. Adesso però è tutto molto più complesso. Difficile fare marcia indietro, nessuno può perdere la faccia. Soprattutto dopo la discesa in campo degli esponenti politici. La premier Meloni si è espressa a favore della integrità del Monte dei Paschi di Siena. Un obiettivo condiviso anche da Antonio Misiani, responsabile economico del partito Democratico, anche se Misiani ha evidenziato finalità diverse tra i due schieramenti. Entrambi però sanno bene che Intesa è il primo acquirente di titoli di Stato italiani, ne ha in cassa per 78 miliardi di euro e la cautela è obbligata.
La chiamata alle armi di Siena non sembra mutare il passo regolare di Intesa. Il 30 luglio, alla presentazione della semestrale, il consigliere delegato e ceo group Carlo Messina ha richiamato Mario Draghi dicendo che per arrivare a Siena è pronto a fare whatever it takes, tutto il necessario. Questo perché l’integrazione di Mps permetterà ad Intesa di anticipare di tre anni il raggiungimento degli obiettivi del piano industriale. E allora si va avanti. Gli sherpa sono al lavoro. Messina e il fidatissimo Stefano Lucchini da inizio anno sono più a Roma che a Milano. La partita di Siena si gioca sul parterre di Piazza Affari, ma anche e soprattutto nei corridoi del potere romano. Il ruolo della politica, da quell’infausto golden power speso nel 2025 a favore del Banco Bpm, è centrale. Non siamo ancora tornati, per fortuna, alle scelte economiche dei privati dettate dal palazzo romano, ma certo con Roma oggi tutti sono chiamati a confrontarsi. A Siena come a Milano.