Non soltanto è già fissata il 20 ottobre in Cassazione la parola definitiva sullo stop o meno all’area a caldo dell’ex Ilva, ma soprattutto non c’é intanto alcun rischio di danno irreparabile agli stabilimenti, giacché proprio Acciaierie d’Italia, diversamente dalle rappresentazioni pubbliche, in udienza in Corte d’Appello a Milano ha invece spiegato di aver per ora messo in preriscaldo l’altoforno 2, «modalità che si prospetta come idonea a non pregiudicare l’eventuale riavvio dell’attività produttiva» al momento sospesa. Per questo ieri la Corte presieduta da Giuseppe Ondei ha respinto il ricorso dell’azienda e — come chiesto anche dal pg Angelo Renna — non ha sospeso l’ordine dato il 27 luglio, e ribadito l’11 settembre da differenti collegi, di fermare entro il 25 ottobre l’area a caldo fin quando non fosse «rimosso integralmente l’amianto» e adottate «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza».
Nel ribadire che sulla sostanza dei ricorsi deciderà la Cassazione, anche i giudici di ieri aggiungono però che, pure in caso di spegnimento degli altoforni, «la tutela del diritto alla salute risulta comunque prevalente» in base sia alle sentenze della Corte Ue, sia al modificato (nel 2022) articolo 41 della Costituzione, secondo cui «l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute o all’ambiente».
Nel caso il 20 ottobre lo spegnimento degli altoforni sia confermato, Taranto non avrà più l’acciaio da laminare e trasformare in coils (i grandi «rotoli» da mettere sul mercato). Al momento 14 aziende siderurgiche coordinate da Federacciai valutano un’offerta per rilevare Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, ma senza gli altoforni. Il definitivo spegnimento di questi ultimi per volere della magistratura agevolerebbe il passo in avanti della cordata.
Ma gli altoforni andrebbero sostituiti con forni elettrici (Federacciai ne ipotizza uno soltanto, mentre per arrivare a 6 milioni di tonnellate di acciaio come dai vecchi piani ne servirebbero tre). Inoltre, per costruire un forno elettrico servono almeno tre anni. Nell’attesa bisognerebbe alimentare i laminatoi con bramme comprate all’estero. Venendo meno gli altoforni, poi, verrebbe meno l’energia da questi generata. E quindi bisognerebbe comperare gas ed elettricità a costi elevati. Sullo sfondo restano le offerte degli indiani di Jindal e del fondo Usa Flacks. Ma per motivi diversi sono emersi dubbi sull’affidabilità dei progetti.