Prendersi cura dei dipendenti è un albero che dà frutti: porta più produttività, stimola il mercato del lavoro e adempie a un ruolo sociale dell’impresa nella comunità in cui insiste. «Oggi il welfare risponde ai bisogni delle persone: non è un costo, ma un investimento. La sfida è fare welfare sempre meglio, per accrescere lo sviluppo del Paese», dice senza tanti giri di parole Giancarlo Fancel, country manager Italy & ceo di Generali Italia. Parole che hanno un fondamento: la decima edizione del Rapporto Welfare Index Pmi 2026 di Generali Italia, un dossier che ha fotografato oltre 7mila piccole e medie imprese del Belpaese, analizzate in dieci aree, tra cui previdenza e protezione e salute e assistenza.
A leggerlo si scopre, ad esempio, che le aziende «più evolute» registrano una produttività superiore, con un fatturato per addetto che raggiunge i 396 mila euro (+20% rispetto alla media) e una redditività più elevata fino al +40,5%. A questo si affianca una maggiore capacità di crescita e generazione di occupazione: tra il 2021 e il 2024, le imprese con livelli alti di welfare hanno infatti visto aumentare gli addetti fino al 20,4%, il doppio rispetto alle realtà meno strutturate. Risultati che vanno di pari passo con una maggiore capacità di attrazione: nel 2025 il 61,5% delle pmi ha effettuato nuove assunzioni e il dato sale al 78% tra le aziende con welfare molto alto. In un mercato del lavoro sempre più competitivo e selettivo — nota il Rapporto —, il welfare si afferma come fattore distintivo di attrattività, in particolare per i giovani: nelle imprese più attente cresce la presenza di under 30 e la capacità di inserirli stabilmente.
Queste pmi, inoltre, si comportano come un vero agente nei confronti del territorio d’elezione e delle famiglie dei loro dipendenti. Secondo Generali Italia le imprese prese in esame rappresentano una infrastruttura sociale, capace di integrare l’azione pubblica, favorire la collaborazione tra attori diversi e promuovere nuove forme di welfare di comunità. Le più evolute rafforzano le relazioni con il territorio, ricorrendo a fornitori locali (61,7%), sostenendo iniziative sociali (37,3%) e costruendo reti con il terzo settore, che contribuisce all’erogazione di servizi sia alle persone sia alle imprese.
«Il Rapporto Welfare Index Pmi 2026 conferma come il welfare aziendale sia oggi parte integrante delle strategie d’impresa e una leva concreta di crescita, capace di generare valore per i dipendenti, le loro famiglie e i territori», sottolinea Fancel. Il 76,5% delle aziende italiane di piccole e medie dimensioni ha infatti superato il livello medio di welfare aziendale. E la soglia che comprende le pmi con un livello molto alto è triplicata, passando dal 10,3% del 2016 al 33,9% del 2026; si è invece ridotto il peso delle aziende che limitano il welfare al solo adempimento contrattuale, con appena il 18,2% delle piccole e medie. «In questi dieci anni abbiamo accompagnato un percorso che ha rafforzato la consapevolezza del ruolo sociale delle Pmi, sempre più protagoniste della coesione e dello sviluppo economico. Come gruppo Generali sosteniamo la crescita del tessuto produttivo italiano con iniziative concrete, interpretando il nostro ruolo di partner del Paese».