Una volta c’era Crespi d’Adda, il villaggio in provincia di Bergamo voluto dagli industriali Crespi vicino alle fabbriche sul fiume, con case, giardini, scuole, ospedale, teatro, dove far vivere gli operai e le loro famiglie. «Non sarebbe male un ritorno ai servizi di housing sociale per i lavoratori, soprattutto in città come Milano e Roma», sorride Alberto Dell’Acqua, direttore scientifico Corporate Welfare Lab della Luiss Business School. Con Edenred Italia ha realizzato il primo Rapporto dell’Osservatorio Corporate Welfare Lab che evidenzia come il welfare aziendale stia vivendo un rilancio come strumento delle imprese a favore dei lavoratori, «e non è social washing». Dell’Acqua parla di «riscoperta», ricordando i casi di Crespi d’Adda appunto, ma anche Olivetti e Ferrero, «solo che oggi le aziende utilizzano strumenti meno materiali di una casa». Si va dai buoni pasto, ancora il più diffuso, alla formazione (corsi e master), passando per la flessibilità tra lavoro e vita privata con lo smart working, fino a piattaforme digitali con pacchetti che includono piani sanitari, servizi per le famiglie (asili, baby sitter, badanti), intrattenimento, viaggi. Ma in Italia il welfare aziendale è scelto ancora solo dal 56% delle aziende: multinazionali (78%) o italiane con sedi all’estero (69%). E solo il 32% delle Pmi offre piani strutturati. Timori di costi elevati, ma soprattutto per altre priorità aziendali (33%) e mancanza di visione aziendale (22%), evidenza il rapporto. Ma da dopo il 2020, spiega Fabrizio Ruggiero, ad di Edenred Italia (leader dei Ticket Restaurant che offre servizi e piattaforme di welfare, 3 milioni di beneficiari solo in Italia), «l’interesse delle piccole imprese è in aumento, soprattutto con le nuove misure governative come i fringe benefit: sempre più investire sul welfare è visto come un beneficio, sia in termini economici — maggiore produttività si traduce in un fatturato più alto —, sia come immagine reputazionale». Secondo l’Osservatorio, per il 65% delle aziende il welfare migliora la soddisfazione dei lavoratori e diventa «un elemento virtuoso» che fidelizza i dipendenti, ma anche un’attrazione per nuovi lavoratori, giovani soprattutto: per loro — dice Dell’Acqua — è un must have». Non è un caso quindi che il 56,8% delle startup abbia un piano welfare, «strumento di responsabilità sociale che si associa a modelli organizzativi più flessibili e orientati alle persone».
13.05.2026
Il welfare aziendale? Piace anche alle pmi e alle startup
- Il Corriere della Sera