27.04.2026

Il rischio di insolvenze resta alto

  • Italia Oggi

La carenza di liquidità continua a farsi sentire e le imprese non riescono a tener fede ai pagamenti ai fornitori. Non accenna, infatti, a scendere la curva delle insolvenze in Italia, dove, in linea con quanto avverrà a livello europeo, si stima che, quest’anno, ci sarà un incremento del 5%, che corrisponde a 12.750 casi, destinati a calare lievemente il prossimo anno (12.300). Non solo. Pur essendo lontano dai picchi più recenti, il rischio di insolvenze resta alto anche nei mercati di sbocco del made in Italy, ritenuti più affidabili, cioè Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti.

A lanciare l’allarme è Allianz Trade, società specializzata nell’assicurazione dei crediti commerciali, che ha pubblicato l’ultimo Insolvency Report, da cui si rileva che, per il quinto anno consecutivo, le insolvenze cresceranno del 6% nel 2026 (replicando il +6% dello scorso anno), per poi stabilizzarsi nel 2027, ma restando su livelli elevati. Nel biennio si registreranno quindi altri 15.000 casi di insolvenze aziendali. Cifre che potranno impennarsi ancora in caso di conflitto prolungato.

Che futuro per le esportazioni italiane. Secondo l’analisi comparata tra Italia e Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, condotta da Allianz Trade, quest’anno, l’Europa occidentale sarà epicentro del rischio, malgrado un rallentamento rispetto a livelli massimi del biennio 2023‑2024. Nei principali mercati di sbocco dell’export italiano, il numero di insolvenze si stima sarà superiore alle medie pre‑pandemiche: circa +25-30% in Francia; +20-25% in Germania; oltre +30% nel Regno Unito e circa +10% negli Stati Uniti rispetto al periodo 2016‑2019. Stesso trend a livello interno per l’Italia: dopo tre anni consecutivi di accelerazione, nel 2025 le insolvenze sono aumentate del 26% circa, con la nuova crescita attesa nel 2026 (intorno al +5%, come anticipato). Passando dalle cifre a un’analisi qualitativa, ciò significa che la solidità finanziaria delle filiere orientate alle esportazioni sarà minata, con un effetto a cascata.

Spulciando tra le percentuali dei principali partner commerciali, ci sono lievi differenze ma non cambia il segno più che precede le insolvenze. Nel 2026, in Francia, si potranno registrare in previsione circa 70.000 casi: una cifra record, di cui quasi un quinto è coperto solo dal settore delle costruzioni.

In Germania, le insolvenze (circa 24.600) pur essendo inferiori al livello massimo della crisi finanziaria globale, rappresenteranno il punto più alto dal 2012, con settori come manifattura, costruzioni e commercio all’ingrosso più in affanno di altri.

Nel Regno Unito la quota di insolvenze potrà assestarsi sui 26.500 casi, che rappresentano un livello del 30% circa più elevato di quelli pre‑Brexit e pre‑pandemia. Negli Stati Uniti, infine, il contesto macro più favorevole non arginerà l’incremento delle insolvenze (+9% nel 2026, verso circa 26.700 casi), riflesso di una crescente pressione su consumi, real estate e costi di rifinanziamento.

«Dal punto di vista settoriale, il messaggio per le imprese esportatrici italiane è chiaro. I comparti che mostrano le fragilità maggiori sono costruzioni, retail non alimentare, horeca, trasporti e real estate che coincidono con quelli che, a livello europeo e statunitense, concentrano oltre il 40% delle insolvenze delle imprese medio‑grandi. Anche la manifattura, cuore del made in Italy, evidenzia segnali di tensione crescenti, soprattutto nelle filiere più esposte ai costi energetici e alla domanda ciclica», commenta a ItaliaOggi Sette Luca Burrafato, responsabile Paesi Mediterranei, Medio Oriente e Africa per Allianz Trade. «In questo contesto, il rischio per l’export italiano non è tanto legato a un crollo della domanda nei mercati chiave, che restano complessivamente dinamici, quanto alla tenuta finanziaria delle controparti commerciali. Un livello di insolvenze persistentemente alto implica una maggiore probabilità di ritardi di pagamento, ristrutturazioni del debito e default selettivi, soprattutto tra Pmi e operatori B2B», aggiunge Burrafato.

Cosa dedurne? «Nel 2026 l’export made in Italy continua a poggiare su mercati fondamentali e indispensabili per la crescita, ma richiede un approccio più maturo alla gestione del rischio», risponde Burrafato, «meno fiducia implicita e più valutazione esplicita della controparte, con strumenti di prevenzione e mitigazione che diventano parte integrante della strategia commerciale. È su questo equilibrio tra opportunità e controllo del rischio che si giocherà la competitività delle imprese italiane nei prossimi trimestri».

Il focus sull’Italia. L’accelerazione delle insolvenze aziendali registrata negli ultimi tre anni (+9%, +17% e +26% rispettivamente nel 2023, 2024 e 2025) ha portato l’Italia a riallinearsi alla maggior parte dei Paesi europei, tornando ai livelli di casi pre‑pandemia. Lo scorso anno tutti i settori hanno contribuito all’aumento, con crescite a doppia cifra nella maggior parte di essi, in particolare nei quattro principali settori per numero di casi a livello nazionale: commercio (+12% su base annua), costruzioni (+27%), manifatturiero (+21%) e ospitalità/turismo (+13%).

Come anticipato l’ulteriore aumento del 2026 e del 2027 sarà frutto di una crescita economica modesta, anche dovuta alla dipendenza dell’Italia dall’energia importata e del suo impatto sulle famiglie e sulle industrie ad alta intensità energetica.

Il quadro globale in prospettiva. Il conflitto in Medio Oriente ha avuto e avrà pesante ripercussioni sui mercati dell’energia (più incerti), ma anche sui costi del trasporto marittimo e sulle catene di approvvigionamento globali. Oltre all’interruzione immediata, gli effetti di secondo livello indicano un’accelerazione dell’inflazione, condizioni finanziarie più restrittive e un deterioramento della fiducia delle imprese. «Questa situazione sta aumentando i costi lungo le catene globali del valore, dall’agrifood al manifatturiero, dalla sanità alla tecnologia. Inoltre, aggrava le pressioni sui settori ad alta intensità energetica, come trasporti, chimica e metalli. La combinazione di domanda più debole, aumento dei costi degli input e condizioni finanziarie più restrittive sta mettendo sotto pressione le aziende con scarso potere di pricing, margini ridotti, elevati livelli di debito o fabbisogni strutturalmente più elevati di capitale circolante», dichiara Aylin Somersan Coqui, ceo di Allianz Trade, secondo il quale rispetto alla previsione pre-crisi, «l’impatto diretto del conflitto in Medio Oriente sarà di ulteriori 7.000 insolvenze aziendali globali per il 2026 e 7.900 per il 2027». Gli fa eco Maxime Lemerle, Lead analyst per la ricerca sulle insolvenze presso Allianz Trade, che analizzando gli effetti di un perdurare del blocco dello Stretto di Hormuz dice: «Un’escalation sostenuta e diffusa porterebbe le insolvenze globali ad aumentare del +10% nel 2026 e del +3% nel 2027. Questo si tradurrebbe in circa 4.100 casi aggiuntivi di insolvenze negli Stati Uniti e 10.500 in Europa occidentale, nel periodo 2026-2027».

Infatti, gli effetti di secondo livello potrebbero amplificarsi con una interruzione prolungata dell’offerta globale di petrolio e gas, così come carenze di altre commodities (fertilizzanti, elio). Questo elemento, combinato con inflazione in aumento, calo della fiducia e crescita più bassa, aumenterebbe i rischi di insolvenza.

A livello globale, il numero di posti di lavoro a rischio potrebbe aumentare di altri 94.000 nel 2026 a causa delle insolvenze aziendali. Come? Con l’aumento del +6% delle insolvenze aziendali globali nel 2026, Allianz Trade stima che 2,2 milioni di posti di lavoro sarebbero direttamente a rischio. Questo rappresenta un aumento di quasi 100 mila rispetto al 2025. «Costruzioni, retail e servizi sarebbero i principali settori a rischio. L’Europa, con 1,3 milioni di persone potenzialmente coinvolte, guida il conteggio globale. L’Europa occidentale (circa 960.000) e il Nord America (circa 460.000) registrerebbero entrambi una cifra record rispetto agli ultimi 12 anni. Nel complesso, i posti di lavoro a rischio a causa delle insolvenze aziendali rappresenterebbero il 6% del numero totale di disoccupati negli Stati Uniti e in Europa», conclude Lemerle.