15.04.2026

Il piano di Googleper “educare” all’AI Ora l’Italia acceleri

  • Il Corriere della Sera

«Quella dell’intelligenza artificiale è un’opportunità unica per aumentare la produttività delle imprese italiane. Ma occorre una strategia di Paese. E occorre accelerare, o si rischia di rimanere indietro».

Melissa Ferretti Peretti , vice president e country manager di Google Italia, spiega così le ragioni alla radice di AI works for Italy, nuovo progetto focalizzato su istruzione e lavoro. «L’obiettivo è di sviluppare competenze AI per gli studenti universitari prossimi all’ingresso nel mercato del lavoro e i professionisti». Due i campi d’azione: una dotazione di 2 milioni di dollari per formare gratuitamente «almeno 13 mila studenti all’ultimo anno di università», inizialmente in tre atenei (Roma Tre, Salerno e Sassari); e «corsi intensivi sugli strumenti AI per i lavoratori italiani». «Un annuncio di lavoro su 5, in Italia, menziona competenze sull’AI. E il 74% degli imprenditori non riesce a trovarle».

Perché proprio ora?

«L’AI rappresenta un’opportunità economica potenziale per l’Italia pari a un +8,5% del Pil in 10 anni: 150-170 miliardi di euro aggiuntivi. Ma se accumulassimo un ritardo nell’adozione anche solo di 5 anni, questa cifra crollerebbe a 30 miliardi».

Siamo già in ritardo?

«È sicuramente necessario accelerare: stiamo vedendo l’inizio di una rivoluzione di cui ancora non cogliamo appieno la portata, e l’opportunità per farlo è davvero adesso. Negli Usa, il 40% dei lavoratori usa l’AI nel proprio lavoro; in Italia siamo al 17%. In Cina l’80% della classe dirigente usa l’AI in modo intensivo. E c’è un ulteriore divario preoccupante: il 60% delle grandi imprese italiane sta implementando progetti AI, contro appena il 15% delle Pmi. E come sappiamo, in Italia le Pmi sono la stragrande maggioranza».

L’urgenza

L’AI in Italia è usata dal 17% dei lavoratori, negli Usa dal 40. Dobbiamo aumentare le competenze

Se fosse titolare di una Pmi, cosa farebbe oggi?

«Cercherei di analizzare i processi interni per capire le sfide strategiche. Di trovare o formare internamente le competenze AI. E di adottare un approccio di sperimentazione e misurazione costanti: la tecnologia va a una velocità in cui è impossibile avere già tutte le risposte».

C’è il rischio che si crei un solco sociale tra chi ha competenze AI e chi no?

«Sì, c’è. Aziende come Google possono e devono fare la loro parte. Ma serve una strategia di Paese, un impegno massivo focalizzato sulle competenze dei lavoratori, che coinvolga scuola, associazioni sindacali, università, settore pubblico. Altrimenti quella disruption avverrà».

YouTube è stata condannata, assieme ai social di Meta, per i suoi effetti «tossici». Come rispondete?

«YouTube non è un social, è una piattaforma di entertainment e apprendimento. Detto questo, il nostro approccio si basa da sempre sul dare il vero controllo ai genitori. I bambini sotto i 9 anni hanno YouTube Kids, un ambiente totalmente protetto; per gli adolescenti ci sono account supervisionati collegati a quello dei genitori. Dobbiamo aiutare i genitori a usare questi strumenti. E andare nelle scuole, come già facciamo, per formare cittadini con capacità civica digitale. Spiegando sia le potenzialità sia i rischi della Rete».