05.11.2026

Icop lascia la partita per Trevi: «Crescita dei ricavi a 1 miliardo»

  • Il Sole 24 Ore

Icop rinuncia a Trevi e guarda avanti, sulla spinta di un piano industriale ambizioso: salire a un miliardo di ricavi entro il 2030. La società di Basiliano (Udine), specialista nell’ingegneria del sottosuolo e nel microtunnelling, annuncia che non effettuerà ulteriori rilanci nella contesa che la vede contrapposta a Webuild per ottenere il controllo di Trevi (fondazioni speciali e ingegneria del sottosuolo). Lo dice al Sole 24 Ore l’amministratore delegato di Icop, Piero Petrucco, che in futuro non esclude nuove acquisizioni, se si presenterà l’occasione. Intanto Webuild resta senza rivali nella partita per Trevi.

La scelta di non effettuare ulteriori rilanci rappresenta di fatto una rinuncia all’Ops su Trevi. Come nasce questa decisione?

Abbiamo preso questa decisione, senza attendere la chiusura del periodo di adesione, per dare certezza al mercato e chiarezza ai nostri azionisti sulla direzione della società. Nelle condizioni attuali, restare in partita implicherebbe un ulteriore rilancio e, per noi, non avrebbe un senso economico complessivo. Inoltre, non è nell’interesse dei nostri azionisti spingerci oltre. Icop ha effettuato un solo rilancio, entro limiti ritenuti sostenibili, e non intende andare oltre tali limiti, su Trevi come su qualunque altra operazione. Chi promuove un’offerta pubblica ha il dovere di informare il mercato, con chiarezza e trasparenza, su ciò che sa e su ciò che intende fare. È il principio che abbiamo seguito fin dall’inizio e che continuiamo a rispettare oggi.

È deluso per com’è andata l’operazione?

È sicuramente un’occasione mancata per costruire il campione nazionale, autonomo, indipendente e specializzato nel sottosuolo con la scala dei più grandi gruppi internazionali. Restiamo convinti della bontà del progetto di aggregazione tra specialisti, ma pensiamo che fermarci ora sia la scelta più razionale. Abbiamo riconosciuto a Trevi quello che ritenevamo essere un valore corretto e lo abbiamo indicato con il rilancio del 25 settembre, portando il corrispettivo a 5,165 euro per azione.

Quali sono le direttrici strategiche del piano industriale di Icop 2026-2029?

Il piano punta a raggiungere un fatturato intorno al miliardo di euro tra il 2029 e il 2030, con una marginalità al 19-20%, partendo dai 503 milioni pro-forma del 2025 ed è costruito senza l’Ops e senza assumere l’ingresso in nuove geografie. Il piano poggia su un portafoglio ordini di 1,5 miliardi da eseguire nei prossimi tre anni e copre già oltre tre quarti del 2027. Le direttrici sono quattro: fondazioni speciali, dove la priorità sono gli Stati Uniti; microtunneling, dove consolidiamo la leadership europea e portiamo la nostra tecnologia in America; opere marittime, con i porti del Nord Italia; grandi infrastrutture, nell’ambito della nostra presenza nel consorzio Eteria. Fondamentali saranno gli investimenti in tecnologia e robotica e una struttura di costi che resta tra le più leggere del settore.

Quale ruolo avrà l’Italia rispetto all’espansione all’estero nei piani di sviluppo di Icop?

Nel piano industriale l’Italia resta ancora centrale, perché qui c’è una parte consistente dei contratti già acquisiti. In prospettiva, però, ci prepariamo a tornare all’estero in maniera rilevante. Non è una novità per noi: in passato abbiamo fatturato fino al 70% fuori dall’Italia, tra Francia e Paesi del Nord Europa. Con gli Stati Uniti come primo motore e Germania ed Europa del Nord come secondi, la quota internazionale tornerà a crescere progressivamente.

Dopo Trevi, Icop punterà a nuove acquisizioni?

Il modello di Icop è sempre stato di associare la crescita organica alle acquisizioni. L’obiettivo è di rendere strutturale questo percorso, integrando società specialistiche sane e solide, che possano condividere alcuni servizi complementari, come l’accesso al mercato dei capitali e gli investimenti in ricerca e sviluppo, focalizzandoci sulle geografie a più alto valore aggiunto, ovvero, Europa, Stati Uniti e, in prospettiva, Australia. Il gruppo genera cassa e per noi resta strategico mantenere una leva finanziaria bassa per essere rapidi nelle nostre acquisizioni.

L’aumento di capitale approvato dall’assemblea potrà essere utilizzato per future acquisizioni?

No. La delega era finalizzata all’offerta su Trevi e con essa viene meno. A perimetro attuale, il gruppo non ha bisogno di capitale, genera cassa e ha una leva contenuta. Fin dall’Ipo abbiamo detto, e dimostrato, di essere molto attenti al ritorno sul capitale: operazioni sul capitale ci saranno solo se servono a finanziare acquisizioni accrescitive. In questo caso siamo disposti a diluirci, come abbiamo fatto con l’Ipo per finanziare l’acquisizione di Agh
e con Palingeo.

A settembre Icop è approdata al listino principale di Piazza Affari dall’Euronext Growth: cosa significa per Icop questo passaggio?

Si è trattato di un passaggio che era già pianificato fin dall’Ipo; l’obiettivo è soprattutto qualificare ulteriormente la base azionaria, aumentando in particolare gli investitori internazionali. Sappiamo che questo è un percorso e richiederà tempo e dedizione per farci conoscere da nuovi interlocutori, ma siamo determinati a farlo con la serietà che ci caratterizza.