10.06.2026

Fondi, torna alla formazione solo il 70% del gettito delle imprese

  • Il Sole 24 Ore

È cresciuto negli ultimi quindici anni il volume di risorse complessive generate dal contributo obbligatorio dello 0,30% per la disoccupazione involontaria, trattenuto ogni mese dalla busta paga dei lavoratori: dal 2008 al 2023 il gettito è aumentato da circa 717 milioni a circa 1,1 miliardi di euro. Ma una parte rilevante di queste risorse continua a non finanziare direttamente i Fondi interprofessionali per la formazione continua: nel 2023 (ultimo dato disponibile), il 70,4% – pari a 777,7 milioni di euro – è stato effettivamente destinato ai Fondi interprofessionali.

È questo il quadro tracciato dal rapporto sui “Fondi paritetici interprofessionali per la formazione continua venticinque anni dopo:

bilancio e rilancio di una esperienza” realizzato da Adapt e For.Te. (il fondo paritetico delle aziende del terziario di mercato). Allargando lo sguardo al periodo compreso tra il 2008 e il 2023, sono stati prelevati complessivamente circa 14,3 miliardi di euro dallo 0,30%. Tuttavia di questi, solo 9,8 miliardi (il 68,5% del totale) hanno alimentato i fondi interprofessionali, mentre circa 4,5 miliardi (il 31,5%) sono rimasti fuori dal sistema e destinati ad altre finalità. Un peccato mortale visto che oggi la formazione continua dei lavoratori è centrale anche alla luce delle profonde innovazioni in atto nel mercato del lavoro.

Nel 2023 lo 0,21% ai Fondi

Sul mancato afflusso della quota restante ai Fondi paritetici incidono due fattori: una parte del contributo è destinata ad altri strumenti pubblici in conseguenza della scelta di alcune imprese di non destinare lo 0,30% ai Fondi interprofessionali. Inoltre la legge n. 190 del 2014 ha introdotto un prelievo strutturale di 120 milioni di euro l’anno, applicato indipendentemente dalle decisioni delle imprese in materia di adesione ai Fondi interprofessionali. Questi due meccanismi spiegano lo scostamento tra le risorse complessivamente raccolte e quelle effettivamente affluite ai Fondi. Il risultato è che nel 2023 soltanto lo 0,21% della retribuzione imponibile ha alimentato i Fondi interprofessionali, una percentuale ben inferiore allo 0,30% previsto dalla normativa. Lo stesso andamento si ripete in modo costante nell’intero periodo 2008–2023.

Il 48% delle imprese ha aderito

Al sistema dei Fondi interprofessionali nel 2023 hanno aderito circa 765mila imprese, approssimativamente si tratta del 48% delle aziende italiane con dipendenti. Dunque una quota importante di imprese rimane esterna al sistema, con risorse che confluiscono nella gestione ordinaria dell’Inps. «Questo dato solleva interrogativi sulla capacità di una parte dei Fondi di raggiungere la totalità della platea potenziale, in particolare quella parte del tessuto produttivo che, per dimensione o caratteristiche organizzative, fatica ad attivare politiche strutturate di formazione continua», spiegano gli autori del rapporto.

Il sistema dei Fondi è articolato in 19 realtà, assai eterogenee per storia, governance, modello di rappresentanza e composizione delle imprese aderenti. Comprende Fondi storici, come Fondimpresa, For.Te., FondArtigianato, Fon.Coop, e Fapi, istituiti nei primi anni Duemila, accanto a Fondi di più recente costituzione, quali Fondo Innova, Fondo conoscenza, FondItalia e Fondolavoro. In coerenza con la configurazione del sistema produttivo del Paese, la grande maggioranza delle aziende che aderiscono ai Fondi è costituita da micro e piccole imprese: le prime rappresentano il 78% delle aderenti, le seconde il 18,4%. Le imprese medie e grandi sono residuali, appena il 3,6% del totale. Questa configurazione influenza anche la domanda di formazione: piccole realtà produttive, con organici contenuti e processi interni meno strutturati, tendono a richiedere interventi formativi più brevi, modulari e adattabili ai propri vincoli operativi. Esistono Fondi con profili molto diversi: alcuni raccolgono in prevalenza imprese di piccolissime dimensioni, mentre altri, come Fondo Banche Assicurazioni o Fondimpresa, aggregano aziende mediamente più strutturate.

Servizi e manifattura

La struttura settoriale del sistema dei Fondi negli ultimi quindici anni si è modificata, in coerenza con la progressiva terziarizzazione dell’economia italiana. Il risultato è meno manifatturiero per molti Fondi, e più commercio, turismo e soprattutto servizi alle imprese, Ict e attività ad alta intensità di conoscenza. Non solo. Mentre alcuni Fondi operano in maniera coerente rispetto alla propria base di rappresentanza, altri si muovono in un «territorio di sostanziale distorsione, ampliando la propria operatività oltre ogni legittimazione contrattuale». Questa tendenza, secondo i curatori del report «indebolisce i Fondi più radicati e favorisce dinamiche concorrenziali non sempre trasparenti». Emergono realtà con un bacino contrattuale limitato, che registrano adesioni sproporzionate rispetto ai Ccnl delle parti costituenti, con scarti che in alcuni casi raggiungono dimensioni abnormi. La loro azione appare in alcuni casi riconducibile a modelli operativi caratterizzati da un ancoraggio meno strutturato ai sistemi di relazioni industriali e ai relativo perimetri contrattuali. Ciò può riflettersi negativamente sulle dinamiche competitive tra Fondi, che non sempre risultano prioritariamente orientate alla qualità della formazione erogata, anche in ragione del modo di intendere il presidio della progettazione e condivisione dei piani, e della conseguente minore capacità di intercettare in modo consapevole i fabbisogni formativi dei settori, delle imprese e dei lavoratori.

La proliferazione dei Fondi

Si assiste ad una proliferazione favorita da un criterio “debole” di selezione delle parti costituenti, che ha prodotto una frammentazione di Fondi che rispecchia quella della contrattazione collettiva, in particolare nel terziario, innescando una competizione non giocata sulla qualità della formazione erogata, quanto sulla sua accessibilità. Un fondo costituito da parti sociali poco rappresentative rischia di compromettere la qualità della formazione finanziata, che dipende dalla condivisione dei piani con le parti sociali a livello aziendale, territoriale o settoriale. «Parti poco rappresentative potrebbero non garantire un presidio adeguato di questo processo – sostiene il rapporto di Adapt e For.Te.- perché non presenti a livello aziendale, riducendolo ad un mero adempimento burocratico e privando così la formazione finanziata dai Fondi di uno dei suoi elementi più qualificanti». L’eterogeneità tra i Fondi rischia di produrre anche effetti distorsivi sul versante della competizione, penalizzando quei Fondi che, più di altri, hanno investito con convinzione nel rispetto rigoroso delle procedure.

Le nuove linee di sviluppo

Gli enti della bilateralità deputati alla formazione continua dei lavoratori si stanno trasformando in soggetti ricompresi nella più ampia rete nazionale dei servizi per le politiche del lavoro, rivolti ad una platea composta da lavoratori in cassa integrazione o di percettori del reddito di inclusione.

Questa tendenza è confermata nelle Linee Guida emanate il 9 gennaio 2026 dal ministero del Lavoro, ma secondo il report «manca un coinvolgimento sostanziale dei Fondi e delle parti sociali nell’ambito della definizione di queste politiche, che vedono spesso i Fondi più come utili erogatori di servizi e risorse piuttosto che come soggetti strategici nella progettazione degli stessi interventi formativi».