L’Ue punta a difendere competitività, occupazione e autonomia strategica
La combinazione di prezzi elevati dell’energia, necessità di ingenti investimenti per la decarbonizzazione e concorrenza globale sleale stanno mettendo l’industria europea sotto pressione. All’ultimo summit Ue, due settimane fa, i leader europei hanno avuto una discussione a porte chiuse per confrontarsi sugli squilibri macroeconomici mondiali ma in realtà il confronto è stato principalmente sulla Cina: ognuno dei Ventisette registra un deficit commerciale con il Dragone e secondo diverse stime è a rischio la sopravvivenza del 50% dell’industria europea. Se fino a qualche anno fa parlare di politica industriale europea sarebbe stato un tabu perché ritenuta una competenza nazionale, ora è diventato chiaro che con le catene del valore così interconnesse è necessaria un’azione comune. La Commissione sta cercando di intervenire in tutti i campi, dalla semplificazione burocratica — chiesta a gran voce dalle aziende di tutte le dimensioni — alla messa in sicurezza dell’approvvigionamento di terre rare passando dallo sviluppo di un’AI europea. Il cuore della strategia di Bruxelles è il Clean Industrial Deal, il pacchetto di misure che mira a coniugare decarbonizzazione e competitività economica, presentato dalla Commissione nel febbraio 2025 e che si basa su sei pilastri: garantire un’energia a prezzi accessibili; creare mercati di riferimento per i prodotti decarbonizzati; incentivare gli investimenti pubblici e privati; promuovere l’economia circolare; garantire l’accesso ai mercati globali e condizioni di parità per l’industria dell’Ue; garantire le competenze necessarie. Il piano si concentra sulle tecnologie pulite e le industrie ad alta intensità energetica. La crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran ha convinto ancora di più la presidente della Commissione Ursula von der Leyen che la ricetta per la sicurezza energetica sta «nell’accelerazione dell’elettrificazione e nella diffusione delle energie pulite». Il Green Deal di Frans Timmermans, quello più ideologico, contestato dalla maggior parte degli Stati membri per le ricadute difficilmente gestibili senza sufficienti fondi sulle fasce più deboli della popolazione europea e sulle imprese, può essere considerato politicamente morto ma la decarbonizzazione della produzione di energia e dell’industria europea non si è fermata, ha solo cambiato nome. Come sottolineato dal rapporto Draghi, politiche di decarbonizzazione ben integrate possono fungere da motore di crescita se allineate con le politiche industriali, di concorrenza, economiche e commerciali. E questo è quello a cui punta Bruxelles. Il 19 giugno 2025 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione in cui dà pieno sostegno al Clean Industrial Deal, in particolare all’istituzione di una Banca per la decarbonizzazione con l’obiettivo di mobilitare 100 miliardi di euro destinati all’espansione del settore clean-tech e alla decarbonizzazione e conseguente elettrificazione delle industrie ad alta intensità energetica. Ma anche alla semplificazione e digitalizzazione per accelerare le procedure di autorizzazione. La Commissione nei mesi successivi ha presentato numerose iniziative. È però un terreno delicato. L’aggiornamento ad esempio delle norme che regolano gli aiuti di Stato nazionali attraverso il cosiddetto Quadro di riferimento per gli aiuti di Stato all’industria pulita del giugno 2025 semplifica e amplia ciò che i governi nazionali possono finanziare, includendo il sostegno ai costi energetici nelle industrie ad alta intensità energetica, la decarbonizzazione industriale e la produzione di tecnologie pulite. Tuttavia, come ha messo in evidenza il think tank Bruegel, «ciò comporta il rischio di alimentare una corsa ai sussidi tra gli Stati membri dell’Ue, portando alla frammentazione del mercato unico, l’opposto di ciò di cui l’Europa ha bisogno». Altro tema spinoso è la revisione del sistema di scambio di quote di emissione Ets, il principale strumento di politica climatica dell’Ue. A metà luglio è attesa la proposta da parte della Commissione ma i Paesi sono già divisi. Da un lato ci sono Spagna, Olanda, Germania e i Nordici che vogliono evitare di indebolire il sistema Ets e dall’altra, guidati da Italia e Polonia, ci sono i Paesi del Centro ed est Europa, ma c’è anche la Grecia, che chiedono maggiori agevolazioni fiscali per l’industria. Una cosa però è chiara: nessuna industria nazionale può salvarsi da sola.