Il «nuovo» non ha valore se non è accessibile. Tradotto nella lingua della salute significa che l’innovazione non può essere ritenuta tale se non è accessibile a tutti i pazienti. Su questo concetto la multinazionale Gsk ha lanciato una sfida. Spinta dalla certezza che rendere i progressi della farmaceutica alla portata di tutti i cittadini sia «non solo una scelta sanitaria ma soprattutto una leva economica, industriale e geopolitica». Una leva sul Pil
In cosa consiste la sfida? Lo spiega Antonino Biroccio, general manager di GSK Italia: «Il sistema sanitario è profondamente cambiato rispetto a quando è stato creato nel 1978. Si invecchia di più, si nasce meno. L’innovazione corre con una velocità superiore al cambiamento demografico. Dobbiamo essere in grado di partecipare a questa competizione e massimizzare i risultati».
Questo può essere ottenuto investendo di più in prevenzione in modo da rendere meno gravoso il peso sul Sistema sanitario nazionale. I risparmi andrebbero reinvestiti in aree cruciali, prime fra tutte l’oncologia.
I vantaggi sarebbero immediati. Innanzitutto sul miglioramento dello stato di salute della popolazione. Poi sul sostegno all’invecchiamento attivo, alla riduzione di ricoveri ospedalieri e complicanze e al contenimento dell’assistenza a lungo termine.
Sul tema dell’innovazione accessibile e dell’economia della salute si è discusso a Roma in un incontro promosso da Gsk e Adnkronos, col patrocinio di Farmindustria e la partecipazione di governo (nella persona del sottosegretario alla Salute Francesco Gemmato), società scientifiche e associazioni.Le cifre
I numeri confermano quanto sia importante andare in questa direzione. In Europa l’economia della salute genera 1,5 trilioni di euro di valore aggiunto e contribuisce al 3,3% del Pil europeo. La spesa farmaceutica in Ricerca & Sviluppo raggiunge i 55 miliardi di euro. L’Europa è tra i principali poli di investimento, rappresentata da Regno Unito con 10,2 miliardi, Germania con 9,9 e Svizzera con 9,2. Al quarto posto l’Italia con 2 miliardi che si conferma una pedina importante, forte di 411 aziende e 56 miliardi di valore di produzione. Sono circa 950mila i lavoratori del settore.
Un euro investito in salute genera, secondo i calcoli riportati durante il convegno, tra 2 e 4 euro di ritorno in Pil. Birroccio trae da questi numeri una conclusione: «In Italia non siamo soltanto in grado di attrarre investimenti ma anche di trattenerli grazie alle eccellenze del territorio».Ricerca
Gsk nel nostro Paese gestisce centri di ricerca e due siti produttivi, a Siena e a Parma, diventati strategici per la rete globale dell’azienda che il general manager definisce «una multinazionale italiana a capitale estero» capace di dare lavoro a 4.200 dipendenti (9 mila considerando l’indotto al completo) e di investire nel Paese 324 milioni di euro tra produzione e ricerca, l’8% del contributo totale delle 300 farmaceutiche presenti.
Nella sola ricerca e sviluppo l’investimento raggiunge il 7,5% del totale di settore. A Parma in particolare, uno dei due siti produttivi della farmaceutica presente in Italia dal 1932, sono concentrate tecnologie di avanguardia e produzioni che vanno dalle fasi cliniche a quelle commerciali. Ne escono farmaci altamente specializzati nel campo degli antitumorali e antivirali. Da qui le terapie raggiungono i pazienti di tutto il mondo.
Che cosa significa accesso all’innovazione? Una delle strade da percorrere per realizzarla è la rapidità. Il confronto con l’Europa rivela un’Italia ancora lenta. Il tempo necessario per rendere disponibile un farmaco è mediamente pari a 424 giorni.Il confronto
La Francia, pur non essendo una sprinter, è la più strutturata nel garantire che una terapia nuova arrivi al letto del paziente: 80 giorni dalla richiesta contro una media di 527 giorni dalla registrazione Ema, l’agenzia europea.
Economia della salute non significa solo aziende farmaceutiche. E’ piuttosto l’insieme di attività, investimenti e filiere che ruotano attorno: ricerca scientifica, produzione, servizi sanitari, tecnologie.
Nel quadro delle politiche industriali il Libro Bianco del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Mimit, colloca questa economia tra i cinque comparti emergenti del nuovo Made in Italy accanto a spazio/difesa, economia blu, turismo, cultura.