Il business dei crediti deteriorati da tempo è in trasformazione, complici nuovi flussi in calo. Per questo DoValue, leader in Europa su questo fronte, prova a cambiare marcia. E decide di accelerare sul recupero digitale e sull’intelligenza artificiale così da rilanciare la redditività, anche per bilanciare recuperi più lenti del previsto in Italia.
I nuovi numeri del gruppo guidato da Manuela Franchi sono stati presentati ieri, e sono contenuti nel nuovo piano industriale al 2029, anno in cui punta a un Ebitda compreso tra 330 e 350 milioni di euro, un livello più alto rispetto ai 272 milioni pro-forma del 2025.
Target sfidanti, va detto. E che dovranno essere messi alla prova dei fatti. Anche perchè la società ha dovuto rivedere al ribasso le previsioni per il 2026. Ora le attese sono per un’Ebitda compreso tra i 270 e 290 milioni, al di sotto dei 300 milioni circa indicati in precedenza, mentre i ricavi lordi dovrebbero attestarsi tra 770 e 790 milioni. Colpa, soprattutto, di recuperi più deboli delle attese in particolare in Italia. «È la parte italiana che sta facendo delle collection un pochino più sofferenti. Però la parte digitale sta facendo molto più bene», ha spiegato Franchi a margine della presentazione.
Certo: molto sul lato dei ricavi potrebbe cambiare in corsa, negli auspici di DoValue. Anche perchè da qua ai prossimi anni arriveranno a scadenza diversi importanti contratti di gestione dei crediti deteriorati, e lì si potrebbero aprire nuove opportunità di mercato. «Se andasse meglio delle aspettative ci collocheremo sulla parte alta della forchetta, altrimenti abbiamo una fascia ben identificata», aggiunge la manager.
Per ora, insomma, meglio fare affidamento sulle proprie gambe. E dunque c’è spazio per rivedere l’intera macchina. L’idea è di trasformare un modello ancora legato alla gestione dei deteriorati in una piattaforma ad ampio raggio e diversificata, in grado di remunerare gli azionisti in «maniera sostenibile». E in questo contesto, il gruppo guarda a Coeo come motore di crescita. La società tedesca acquisita lo scorso anno, specializzata nel recupero digitale, sarà la leva con cui il gruppo punta a efficientare i processi. Tanto che, nelle attese, le digital collection dovrebbero arrivare a generare oltre 150 milioni di Ebitda nel 2029, con una crescita media annua intorno al 30%, grazie al rafforzamento della presenza in particolare nei paesi nordici.
Un target non banale, che servirà a compensare il progressivo esaurimento dei vecchi portafogli di crediti deteriorati, che eroderà tra 115 e 125 milioni di Ebitda, secondo le stime del gruppo. Oltre al digitale, a compensare la pressione dei minori recuperi dei vecchi crediti dovrebbero essere nuovi mandati e soprattutto efficienze operative per 75-80 milioni, con un taglio dei costi.
Nel complesso, sul fronte finanziario, doValue punta a un free cash flow ricorrente di 100-120 milioni nel 2029, una leva compresa tra 2 e 2,5 volte e almeno 150 milioni di cassa cumulata nel triennio. Un tesoretto, questo, che «utilizzeremo o per distribuzione agli azionisti o per M&A tattiche di piccola dimensione rispetto a quelle che abbiamo fatto in passato», ha chiarito Franchi. Si guarda soprattutto a Francia e Stati Uniti. Intanto, anche per sollevare un titolo che ha perso il 40% nell’ultimo anno (ieri +0,7%), il Cda lancerà a breve un buyback da 10 milioni di euro mentre la policy di distribuzione prevede l’erogazione fino all’80% dell’utile netto.