Il primo indizio lo ha fornito l’Istat il 21 maggio scorso con il rapporto annuale 2026, sottolineando che «in un quadro di vivace mobilità internazionale, negli ultimi anni è aumentata l’emigrazione di giovani italiani qualificati, una perdita di capitale umano che, almeno in parte, è compensata dall’arrivo di giovani stranieri con elevato titolo di studio». Il secondo lo ha offerto nemmeno dieci giorni dopo il Governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, quando nelle sue Considerazioni finali ha ricordato che «una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000».
Se li sommiamo alle ormai tristemente note statistiche di Eurostat, che continuano a dare i nostri 25-34enni in possesso di un titolo di studio terziario al di sotto di 13 punti rispetto alla media europea così da renderci penultimi nell’Ue, arriviamo ai classici tre indizi che fanno una prova. La prova del fatto che, sul fronte dell’attrattività dei talenti (sia interni che esterni), l’Italia continua ad arrancare. Di legge di bilancio in legge di bilancio, di governo in governo, con e senza Pnrr. E chissà che ripeterlo non possa aiutare a prenderne atto e, magari, a mettere in campo le possibili contromisure.
Tornando alle parole di Panetta, il passaggio sulla fuga dei cervelli rientrava in un ragionamento più ampio. La sua premessa è stata che «dall’inizio del secolo la quota dei trentenni laureati è più che raddoppiata, al 30 per cento, ma rimane inferiore a quella delle altre principali economie europee». Con l’aggravante che «tra i giovani non laureati, uno su cinque non studia e non lavora, una percentuale doppia rispetto agli altri Paesi». In un contesto che vede inoltre il rendimento dell’istruzione terziaria restare «contenuto» e la domande di competenze qualificate da parte delle imprese rimanere «debole», la perdita di capitale umano a vantaggio dell’estero – ha ammonito il Governatore – rischia di contribuire ad alimentare un circolo vizioso: «Un sistema produttivo poco innovativo – ha aggiunto – genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie».
Sulle stesse tematiche si è soffermato di recente anche l’Istituto di statistica con il suo ultimo rapporto annuale. In più punti. Sia nel capitolo due, dedicato a “Popolazione e società”, sia nel tre intitolato ”Capitale umano e sociale”. Per evidenziare, ad esempio, che nel corso del 2024, gli espatri dei laureati italiani 25-34enni (25 mila) hanno superato ampiamente i rimpatri (oltre 4 mila), determinando così «una perdita netta di quasi 21 mila giovani altamente istruiti, a conferma dell’erosione di un capitale umano con competenze elevate». Con i tradizionali squilibri territoriali tipici del nostro Paese a peggiorare il quadro.
Sempre nel 2024, poco meno di 39mila giovani italiani tra i 25 e i 34 anni si sono trasferiti dal Mezzogiorno verso il Centro-nord, a fronte di circa 13 mila movimenti nella direzione opposta, con un saldo negativo per il meridione di circa 26 mila unità. Se ci limitiamo ai laureati, a fronte di 22 mila che hanno risalito lo stivale, ce ne sono 6mila che hanno fatto il tragitto inverso, con una perdita netta di 16 mila giovani altamente qualificati. Risultato: il Sud ha pagato «un marcato “doppio svantaggio” in termini di capitale umano».
Dall’Istat è arrivato anche uno dei pochi motivi per sorridere. Riferendosi al 2023 (ultimo dato utile) il Rapporto annuale ha fatto notare come, a fronte di una perdita netta di circa 16 mila giovani italiani laureati, si sia registrato un saldo positivo di oltre 19 mila giovani stranieri con caratteristiche analoghe, per un bilancio complessivo positivo (oltre 3 mila). Lasciando intendere che è all’estero che bisogna guardare, specialmente in considerazione del gelo demografico che ci attanaglia. Magari aumentando il bacino degli studenti internazionali iscritti ai nostri atenei (su cui si veda altro articolo in pagina) che oggi sono il 5,7% del totale. E si concentrano per oltre la metà nelle grandi università generaliste – come confermano i 4.500 iscritti stranieri a Roma Sapienza, i 3.900 di Padova e i 3.800 di Bologna – o nelle istituzioni tecnico-scientifiche (il Politecnico di Milano ne ha quasi 4.900, quello di Torino circa 3.800).
Certo il sorriso rischia di trasformarsi di nuovo in un ghigno se buttiamo l’occhio a un altro fenomeno citato dall’Istat, che ci riporta al tema dell’incapacità di trattenere i profili più specializzati. Nel 2025, infatti, a quattro-sei anni dal conseguimento del titolo, il 10,4% dei dottori di ricerca che si sono formati interamente in Italia (laurea e dottorato) risulta occupato all’estero, spesso in Stati limitrofi. Se lo hanno fatto è soprattutto perché all’estero hanno trovato un’occupazione più adeguata al proprio livello di qualificazione o meglio retribuita. Con un divario stipendiale medio che supera i 1.500 euro. Se consideriamo che oltre la metà ha scelto un altro Paese europeo al danno rischia di aggiungersi la beffa.