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«Bankoro», il piano per sfruttare le riserve

È poco noto che le riserve auree ufficiali italiane sono tra le più ingenti al mondo. La loro «valorizzazione», che nel seguito proponiamo con il programma «Bankoro», darebbe un utile contributo ad attenuare la crisi italiana smuovendo forse l’Eurozona da un torpore che potrebbe danneggiarla severamente con effetti imprevedibili sull’euro. L’ampiezza della proposta (pubblicata per esteso sul sito del Sole 24 Ore) ci ha indotto a una suddivisione della stesura. La Parte I a opera di Alberto Quadrio Curzio e la Parte II di Fulvio Coltorti. PARTE I «Bankoro» e gli EuroUnionBond Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio, con due articoli usciti sul Sole 24 Ore del 23 agosto del 2011 e del 2012, hanno proposto di usare le riserve auree ufficiali dei Paesi della Uem come capitale di un costituendo Fondo finanziario europeo per emettere EuroUnionBond. La proposta non sembra prossima a una attuazione a causa del l’opposizione tedesca ma non per questo i due autori l’hanno abbandonata.

Il programma Bankoro che viene presentato qui è un passo intermedio che rientra nelle competenze italiane. A tal fine bisogna partire dalla sistemazione delle partecipazioni private nel capitale di Bankit con una operazione che coinvolga le riserve auree detenute dalla Banca d’Italia. Il programma porterebbe a ricapitalizzare le banche italiane che sono “azioniste” di Bankit con effetti positivi su tutto il sistema bancario italiano e per l’erogazione di credito a vantaggio del sistema economico. Le due proposte (EuroUnionBond e Bankoro) non sono incompatibili ed entrambe vedono la necessità di “mobilitare”, senza venderle, le riserve auree ufficiali delle banche centrali della Uem e quindi della Banca d’Italia. La loro natura di “riserva di ultima istanza” non prescrive che vengano pietrificate specie in un momento in cui l’Italia (e la Uem) ha gravi problemi fiscali, finanziari, bancari e di crescita. Non si tratterebbe per l’Italia del primo caso perchè dal giugno 1974 al luglio del 1978 il nostro Paese dette in garanzia 540 tonnellate di riserve auree per ottenere un prestito dalla Germania. Il programma Bankoro è molto meno impegnativo sia di quello del 1974 (quando la regia finanziaria dell’Italia fu di Guido Carli) sia di quanto hanno fatto Paesi della Ue che hanno venduto riserve ufficiali di oro. Siamo infatti convinti che sia un errore non affrontare il problema con un aperto dibattito invece di far calare sullo stesso il silenzio o erigere barriere difensive non adeguatamente motivate. La riserve auree ufficiali europee La questione di come si possa disporre delle riserve auree ufficiali delle banche centrali della Uem è giuridicamente molto complessa perché comporta analisi sulle normative nazionali, sugli Statuti della Bce e del Sebc, nonché sui Trattati europei. Con due pareri molto articolati del 14 e del 24 luglio 2009 la Bce ha dapprima bocciato e poi circoscritto la portata di un decreto che sottoponeva a tassazione la rivalutazione delle riserve auree. Non possiamo entrare qui in una questione così complessa, ma riteniamo che la stessa debba essere ripresa e approfondita in relazione alla proposta che facciamo. Si tratta cioè di valutare se la nostra proposta sia giuridicamente sostenibile o quali iniziative legislative possano essere prese per renderla tale. Al proposito è bene ricordare che l’oro ufficiale si può vendere (o rivalutare) perché ciò è accaduto ed accade e perché è ammesso dal “Central Bank Gold Agreement”(Cbga) promosso proprio dalla Bce. Si tratta di quell’accordo con durata quinquennale firmato per la prima volta nel 1999,con decorrenza dal settembre, e rinnovato poi nel 2004 e nel 2009 tra la Bce, le banche dell’Eurosistema, la Banca centrale svizzera e quella svedese. Nel primo quinquennio (1999-2004), oltre al “record” di vendite dell’Inghilterra per 345 tonnellate il più importante venditore dell’Eurozona è stata l’Olanda con 235 tonnellate. Nel secondo quinquennio (2004-2009) ci sono molti dati interessanti. L’Eurozona ha venduto 1444 tonnellate di cui: 271,5 la Bce, 572 la Francia, 242 la Spagna, 165 l’Olanda, 100 il Portogallo. Infine nel terzo accordo 2009-2014 ha venduto oro, per ora, solo la Germania nella piccola entità di 16,4 tonnellate(mentre il totale venduto dalla Germania nei tre Cbga è di 71 tonnellate). Nel Cbga1 si legge che “l’oro rimane un importante elemento delle riserve monetarie globali” e si afferma che le banche aderenti espliciteranno le loro intenzioni e quindi concerteranno i loro programmi di vendite di oro entro un massimo di 400 tonnellate annue per un massimo quinquennale di 2000 tonnellate (pari a 64 milioni di once in totale). Tre problemi per attuare il programma Bankoro Il primo problema riguarda gli obiettivi sul metallo giallo della Bce che di fatto “sovraintende” ai 350 milioni di once di riserve auree dell’eurosistema, le più grandi al mondo. Gli obiettivi generali della Bce nella gestione delle riserve ufficiali sono, in ordine di importanza, la liquidità, la sicurezza e il rendimento degli investimenti dei quali in questo momento sarebbe utile conoscere la declinazione con riferimento all’oro. Il secondo problema riguarda gli obiettivi della Banca d’Italia che è dotata di 79 milioni di once di riserve auree pari a oltre 2400 tonnellate (superate nella Uem solo da quelle della Germania pari a 109 milioni di once), valutate dalla Banca d’Italia nel suo ultimo bilancio in 96 miliardi di euro. Per il passato, visto l’attuale prezzo dell’oro, siamo lieti che la Banca d’Italia non lo abbia venduto, ma per il presente riteniamo che lo si possa valorizzare anche senza venderlo sul mercato. Il terzo problema riguarda la legalità (tema che non affrontiamo) del programma Bankoro che punta a valorizzare l’oro della Banca d’Italia, a tassarlo per attuare un’operazione di modifica dell’assetto proprietario della Banca d’Italia con vantaggio degli attuali soci privati, di tutto il sistema bancario ed infine dell’economia italiana. Nel 2007 Romano Prodi, presidente del Consiglio, e Tommaso Padoa Schioppa, ministro dell’Economia, accennarono alla possibilità di ricorrere alle riserve auree per ridurre il debito pubblico. Il loro intendimento non fu formulato in un progetto perché la reazione fu dura, soprattutto da parte dellìopposizione politica, e l’ipotesi fu accantonata. Nel 2009 fu la volta del ministro dell’Economia Giulio Tremonti che, con il decreto legge n.78 del luglio 2009, tentò di assoggettare a un’imposta di rivalutazione, per 300 milioni di euro, le riserve auree della Banca d’Italia. Questa si oppose appellandosi alla Bce che confermò la non tassabilità in quanto ciò avrebbe leso l’autonomia della Banca centrale. Perciò, quando il decreto 78 fu convertito nella legge n 102 dell’agosto 2009, l’articolo 14 (relativo all’imposta sulle plusvalenze su oro non industriale di società ed enti) si limitò a registrare al comma 4 una norma per memoria piuttosto criptica che non ci pare chiuda la possibilità di tassare l’oro delle riserve ufficiali. Ed è da qui che i giuristi dovrebbero ripartire. Comunque sull’oro italiano è tornato il silenzio salvo qualche articolo su quotidiani, tra cui vari di Alberto Quadrio Curzio, ed alcuni di stampa straniera nei quali si argomentava che le banche italiane volevano rivalutare le loro partecipazioni in Bankit, tramite le riserve auree, per adeguarsi ai requisiti patrimoniali di Basilea 3. L’azionariato privato nella Banca d’Italia C’è un’altra tematica su cui è calato il silenzio e che nella nostra proposta si connette a quella dell’oro. Si tratta della Legge 28 dicembre 2005, n. 262 (art. 19), con la quale ha preso avvio la riforma dello statuto della Banca centrale, approvato poi dall’assemblea generale dei suoi partecipanti il 28 novembre 2006. La citata legge disponeva che entro il 31 dicembre del 2008 fosse definito, mediante un regolamento, l’assetto proprietario della nostra banca centrale che doveva eliminare i soggetti privati dal proprio “azionariato”. Quella data è passata invano. Un accenno al problema fu fatto da Mario Draghi nelle considerazioni finali il 29 maggio del 2009. Occasione nella quale anche Enrico Salza, all’epoca presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, ne trattò nell’intervento all’assemblea degli azionisti della Banca d’Italia. Il tema è delicato, ma è strano che a distanza di quattro anni da una scadenza prevista dalla legge non se ne parli più. Ecco perché abbiamo connesso i due temi (riserve auree e assetto proprietario di Bankit) anche in relazione alla ripatrimonializzazione delle banche private italiane sia per riallinearle a quelle di altri Paesi della Ue che hanno fruito di ampi interventi dello Stato sia per facilitare l’erogazione del credito. Speriamo che la nostra riflessione spinga Mef e Bankit a riprendere il tema sul quale non si potrà trascurare il “parere” delle banche azioniste di Bankit. Se si potesse addivenire a una risoluzione della loro partecipazione (che oggi appare contra legem e non per loro responsabilità) nel capitale della Banca d’Italia, bisognerebbe poi anche far sì che i vantaggi arrivassero alle altre banche, al sistema economico e alle imprese per dare ossigeno ad una crescita di cui l’Italia ha urgente bisogno. PARTE 2 Attuale assetto proprietario di Bankit La Banca d’Italia è un istituto di diritto pubblico avente un capitale sociale di 156mila euro diviso in 300mila quote del valore unitario di 0,52 euro ciascuna. La titolarità delle quote è stabilita per legge. Prima della privatizzazione delle banche pubbliche, potevano partecipare al capitale solo casse di risparmio, istituti di diritto pubblico o banche controllate dallo Stato, istituti di previdenza e assicurazione. Le privatizzazioni e le fusioni bancarie hanno portato a configurare un assetto proprietario di natura prevalentemente privatistica e quindi contrario alla legge. Stime del valore dellepartecipazioni delle banche italiane in Bankit Noi crediamo che il valore delle quote possa essere determinato in tre modi: quello sulla base delle consistenze patrimoniali; quello del flusso atteso di reddito derivante dai dividendi distribuiti in passato; quello misto tra i due precedenti. Partiamo dal bilancio della Banca d’Italia che registra le seguenti voci patrimoniali al 31 dicembre 2011 (ultimo disponibile): -Capitale e riserve per 22.196 milioni di euro; -Fondo rischi generali per 10.546 milioni di euro; -Conti di rivalutazione per 83.004 milioni di euro. Tra questi ultimi vi è un conto rivalutazione oro che ammonta a 76.503 milioni, che si trova in sospensione d’imposta, che viene alimentato o scaricato in base alle oscillazioni del prezzo dell’oro. Infatti Bankit detiene 79 milioni di once (2.452 tonnellate) valutate a fine 2011 sulla base del prezzo al fixing di Londra, ovvero a 1.216,864 euro/oncia; alla data del 10 aprile scorso il prezzo in euro era all’incirca sullo stesso livello. a) Il primo criterio di valutazione delle quote considera la consistenza patrimoniale di Bankit data dalla somma “Capitale e riserve” pari al 31 dicembre 2011 a 22.196 milioni di euro, ovvero un valore pari a 74mila euro per quota. È la valutazione massima. b)Il secondo criterio calcola il valore di ogni quota estrapolando i flussi di dividendi. Nel 2012 sono stati distribuiti ai partecipanti, sulla chiusura di bilancio del 2011, 67,1 milioni di euro; assumendo un saggio di capitalizzazione pari al rendimento medio dei titoli di stato nel periodo 2008-2012 (4,18%) si dedurrebbe un valore patrimoniale di 1.605 milioni di euro. È la valutazione teorica minima. Si tratta di un valore pari solo al 7% della prima stima, inferiore ai 13.800 euro circa per quota (ovvero 4,14 miliardi di euro per l’intero istituto di emissione) che la Bnl attribuì al suo possesso nel 1994 per rimpinguare il proprio patrimonio netto. Quest’ultimo valore assume un significato particolare poiché la Bnl era all’epoca controllata dal Tesoro che la privatizzò nel dicembre 1998, lasciando invariata quella valutazione e attribuendole dunque un qualche significato ufficiale che noi consideriamo oggi anche un minimo sostanziale. Tenuto conto della svalutazione monetaria intercorsa dal 1994 a oggi, questo valore andrebbe aggiornato a 6,3 miliardi di euro e la singola quota di partecipazione a 21.000 euro circa. c)Il terzo criterio è una valutazione intermedia tra le due precedenti. Non è invece possibile usare i criteri che le banche partecipanti applicano per valutare le quote in Bankit nei propri bilanci, anche perché gli stessi sono disomogenei. La nostra preferenza è per un valore più sbilanciato verso la quota massima ove si adottassero accorgimenti per bloccare la disponibilità delle conseguenti plusvalenze nei bilanci delle banche partecipanti. Questo perché esiste il precedente del 1936 quando la Banca d’Italia, sino ad allora quotata in Borsa, “rimborsò” i propri azionisti ai valori di libro. Acquirenti delle partecipazioni, procedura di vendita, politiche di rilancio economico L’operazione potrebbe avvenire con due modalità complementari riferite al 94,33% delle quote in quanto Inps e Inail, essendo enti pubblici, con una partecipazione complessiva del 5,67% potrebbero restare. Le quote da allocare sono dunque 283mila. Bankit potrebbe comperare il 5% delle quote (buyback diretto) mentre il rimanente nella misura dell’89,33% dovrebbe essere rilevato (buyback nazionale) dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp). Questa S.p.A., che è posseduta al 70% dal Mef e al 30% dalle Fondazioni di origine bancaria, ha infatti tra i suoi fini statutari il “finanziamento sotto qualsiasi forma dello Stato, delle Regioni, degli enti locali, degli enti pubblici e degli organismi di diritto pubblico”. Sulla base del patrimonio netto, Bankit dovrebbe pagare per il buy-back diretto un massimo di 1,1 miliardi di euro usando a tal fine una modesta parte della riserva da rivalutazione dell’oro (oltre 76 miliardi a fine 2011). Per il restante 89,33% andrebbe pagato un massimo di 19,8 miliardi di euro. Se la Banca d’Italia trasferisse il proprio oro ad un’entità controllata, le riserve da rivalutazione auree sarebbero realizzate e quindi assoggettate ad imposta (Ires, aliquota del 27,5%). Valutando prudenzialmente il prezzo di mercato dell’oro come media tra minimo e massimo dell’ultimo triennio (1.150 euro/oncia) l’imposta da versare ammonterebbe a 19,6 miliardi di euro, addebitabile contabilmente alla riserva aurea di cui assorbirebbe, comprendendo il buyback diretto, meno del 30%. I 19,6 miliardi di gettito erariale potrebbero essere usati dal Mef per un aumento di capitale della Cdp che disporrebbe quindi dei mezzi per acquistare il controllo dell’89,33% del capitale di Bankit. Le banche venditrici delle quote Banca d’Italia alla Cdp trarrebbero vantaggi in termini di rafforzamento patrimoniale. Le plusvalenze pari a oltre 13 miliardi di euro, tenuto conto della loro origine, potrebbero essere vincolate per almeno un triennio in una riserva apposita che andrebbe ad aumentare per l’intero ammontare il core tier1 delle banche venditrici. Il buy-back nazionale produrrebbe effetti sulla redditività della Banca d’Italia. Tenuto conto che il saldo attivo della nostra banca centrale, dopo il modesto prelievo per i dividendi da versare ai partecipanti, andrebbe comunque distribuito al Tesoro dello Stato, si tratta di un onere da ritenere sopportabile. Tanto più considerando che Bankit vanta una superpatrimonializzazione rispetto alle consorelle di Francia, Germania e Regno Unito valutabile tra 13 e 19 miliardi di euro. La nostra proposta ha ancora molti aspetti da approfondire specie dal punto di vista legale, ma noi riteniamo che in un momento così difficile per l’Italia sia doveroso analizzare questo problema la cui soluzione potrebbe essere finalizzata a rafforzare il credito e le imprese. Infatti a fronte delle plusvalenze realizzate sulla cessione delle quote Bankit (oltre 13 miliardi di euro), le banche beneficiate potrebbero impegnarsi a finanziare investimenti. Le prevedibili obiezioni dell’Europa potrebbero essere smosse ricordando che l’Italia avrebbe bisogno dall’Europa di una par condicio. A tal fine andrebbero ricordati sia gli aiuti statali alle banche degli altri paesi, sia il fatto che nel periodo 1999-2013 l’Eurozona (Bce e singoli Paesi) ha venduto riserve ufficiali per quasi 2000 tonnellate mentre l’Italia non ha venduto nulla.

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