11.05.2026

Aiuti di Stato senza soldi un cortocircuito europeo

  • La Repubblica

La crisi energetica e il ritorno dell’inflazione peseranno sulle finanze dei governi europei, chiamati a proteggere famiglie, lavoratori e imprese dallo shock dei prezzi. Non sorprende che con la crisi di Hormuz sia tornata con urgenza la richiesta di sospendere il Patto di stabilità. Bruxelles ha resistito, per ora. Ma è necessario affrontare le contraddizioni al centro della governance economica europea: non solo in chiave di spesa sociale, ma anche alla luce delle nuove ambizioni di politica industriale, sempre più necessarie per l’autonomia strategica — energetica, militare e tecnologica — nel nuovo ordine geopolitico multipolare. Per gran parte della sua storia recente, l’integrazione europea ha poggiato su un principio chiaro: l’intervento dello Stato nell’economia andava limitato, non incoraggiato. La disciplina
della concorrenza, il rigido regime degli aiuti di Stato e le regole di bilancio servivano questa logica. Ma quel mondo è cambiato: le rivalità geopolitiche si intensificano, la transizione ecologica è diventata una corsa industriale, l’Europa è più consapevole delle proprie dipendenze strategiche.
La politica industriale è così tornata al centro dell’agenda, e gli aiuti di Stato ne sono diventati uno strumento centrale.
Dalla pandemia di Covid-19, l’Unione ha adottato un approccio sempre più flessibile ai sussidi industriali. I quadri temporanei introdotti per affrontare il susseguirsi delle crisi hanno aperto la strada a una flessibilità più strutturata, oggi consolidata nel nuovo quadro di aiuti di Stato nel contesto del Clean Industrial Deal (Cisaf), che consente ai governi di sostenere più agevolmente le industrie verdi fino al 2030. Il messaggio politico è chiaro: i sussidi pubblici
tornano a essere uno strumento legittimo per perseguire obiettivi europei comuni.
Questo cambio di rotta rischia però di essere vanificato da una grave incoerenza. Mentre il regime degli aiuti di Stato si è allentato, il quadro di bilancio è tornato a imporre vincoli stringenti. Con l’entrata in vigore nel 2024 del nuovo Patto di stabilità e crescita, gli Stati fortemente indebitati — tra cui Italia e Francia — subiscono pressioni crescenti per ridurre la spesa. Ne deriva un cortocircuito: da un lato, ai governi viene concesso maggiore spazio regolatorio per sostenere le proprie industrie strategiche; dall’altro, le regole di bilancio comprimono i margini per finanziarle. Ciò che l’Unione concede con una mano, lo riprende con l’altra.
Non si tratta di una semplice incongruenza tecnica. Solo gli Stati dotati di solide finanze pubbliche possono sfruttare appieno il nuovo regime. I Paesi più vincolati rischiano di restare indietro: non per mancanza di ambizione, ma di risorse. Il risultato sarà una frammentazione del mercato unico: una politica industriale che porta il nome dell’Europa ma favorisce i Paesi meglio dotati, accentua le asimmetrie socioeconomiche e indebolisce l’integrazione.
Non esistono soluzioni facili. Le proposte per un fondo europeo centralizzato si sono scontrate con la resistenza degli Stati fiscalmente più conservatori, che mantengono potere di veto sulle questioni di bilancio. Una vera capacità fiscale europea al servizio della politica industriale resta una chimera.
Esiste tuttavia una soluzione più pragmatica. L’Europa dovrebbe consentire agli Stati membri di creare spazio fiscale per i sussidi strategici approvati dalla Commissione nell’ambito del Cisaf, tramite un’attivazione coordinata della «clausola di salvaguardia nazionale» prevista dall’articolo 26 del Patto. Questa consente agli Stati di discostarsi temporaneamente dai percorsi di spesa netta concordati per priorità chiaramente definite e, se applicata in modo
coordinato, permetterebbe di creare margini fiscali — entro limiti quantitativi e temporali prestabiliti — per finanziare tali interventi, attenuandone l’impatto sui percorsi di aggiustamento di bilancio nazionali.
Un precedente è illuminante: nel 2025, con il piano ReArm Europe, l’Unione ha già consentito l’attivazione coordinata di questa clausola per permettere un incremento delle spese nazionali per la difesa, entro limiti ben definiti e per un orizzonte temporale preciso. Lo stesso approccio può essere applicato alla politica industriale: solo per sussidi già approvati nel quadro Cisaf, entro massimali prestabiliti e per un periodo limitato, fino alla scadenza del Cisaf nel 2030. Una deroga controllata, non una sospensione generalizzata della disciplina di bilancio.
L’Europa ha compiuto la scelta strategica della politica industriale. Vuole essere competitiva in un mondo dove le grandi potenze governano i mercati. Deve ora allineare la propria governance fiscale a quella scelta. Continuare a non farlo non è prudenza. È incoerenza. E in un contesto sempre più ostile, l’incoerenza è un lusso che l’Europa non può più permettersi.