Si gioca su questi due terreni la capacità di riuscire a superare senza troppi traumi il 2023. Sul fronte del Recovery si va verso un periodo che promette di essere decisivoL’ attuazione del Pnrr, con la capacità di impiegare al meglio le risorse in arrivo, e il contrasto al caro energia. Si gioca su questi due terreni la capacità di riuscire a superare senza troppi traumi il 2023, un anno che si annuncia difficile per il nostro Paese tra tensioni a livello globale e zavorre che da tempo pesano sulla crescita interna.
Dopo un progresso nell’ordine del 3,8% atteso nell’anno che sta per concludersi, nel 2023 il Pil italiano dovrebbe rallentare a un modesto più 0,3% per accelerare solo leggermente (all’1,1%) nel 2024. Le stime della Commissione europea evidenziano le difficoltà che ci attendono, a fronte di un’inflazione che resta molto elevata e di un tasso di disoccupazione atteso in risalita di quattro decimali (all’8,7%) e a fronte di consumi che resteranno sotto pressione anche a causa dei nuovi rialzi dei tassi attesi dalla Banca centrale europea.
In questo scenario l’arrivo dei fondi legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza è atteso come una manna dal cielo. A inizio novembre la Commissione Ue ha dato il via libera al pagamento della seconda tranche da 21 miliardi di euro (dieci miliardi di euro di sovvenzioni e undici di prestiti), dopo aver attestato il raggiungimento dei 45 traguardi e obiettivi previsti dal piano. Tra questi, l’avvio delle riforme della pubblica amministrazione, degli appalti pubblici e della professione di docente e gli investimenti in settori chiave come il 5G, la ricerca e l’innovazione, il turismo e la cultura.
Il pagamento di questa rata, che segue il prefinanziamento di oltre 24 miliardi avvenuto nell’estate del 2021 e il versamento della prima rata di 21 miliardi lo scorso aprile, rappresenta un ulteriore rilevante passo in avanti nel percorso di attuazione delle riforme e degli investimenti previsti dal Pnrr. Tuttavia il difficile arriva ora. Il nuovo governo ha fatto sapere che il piano andrà rivisto soprattutto a causa dell’iperinflazione che ha fatto impennare i costi dei materiali. Solo il ministero dell’Ambiente ha stimato che gli interventi di sua competenza hanno un onere maggiorato di 5 miliardi rispetto ai 35 previsti.
C’è poi un problema legato alla capacità di impegnare le risorse in arrivo, che purtroppo conferma la difficoltà dell’Italia nel maneggiare i fondi europei. La previsione di spesa messa nero su bianco nell’accordo con Bruxelles eradi 42 miliardi di euro alla fine di quest’anno, poi rivista al ribasso una prima volta a 33 miliardi e una seconda a 22 miliardi, ma anche quest’ultima soglia appare difficile da raggiungere.
I prossimi giorni saranno decisivi, con una serie di incontri tra governo nazionale e Commissione Ue finalizzati a evitare che venga congelata la terza tranche da 19 miliardi di euro attesa per fine anno, legata al raggiungimento di altri 13 obiettivi, oltre che – appunto – alla dimostrata capacità di spesa delle risorse arrivate. L’esecutivo nazionale sottolinea che non si può non considerare che il piano è stato scritto prima della guerra in Ucraina e dell’ulteriore impennata dell’inflazione e quanto accaduto rende necessaria una revisione. Anche perché le condizionalità delle risorse comunitarie stanno spingendo l’Italia ad adottare riforme che si attendevano da diversi lustri e che sono destinate a produrre benefici per la crescita su base strutturale. Senza dimenticare la spinta che ne può derivare per la competitività delle imprese. I bandi per chi fa business vanno in varie direzioni, dal sostegno dell’internazionalizzazione delle Pmi al supporto per le filiere produttive, con unaparticolare attenzione alle regioni del Mezzogiorno, dai fondi per l’innovazione e la digitalizzazione a quelli per la transizione ecologica.
Spendere bene e farlo nei tempi previsti è cruciale e in questo senso non si può prescindere dalla collaborazione tra la pubblica amministrazione, nel ruolo di attuatore del Pnrr, e il settore privato, decisivo nella realizzazione di molte delle misure previste, che per altro può mettere in campo le professionalità necessarie a rispondere alle aspettative di Bruxelles.
Questo sforzo condiviso dovrà essere condotto in parallelo con le azioni di contrasto del caro energia, che oggi è la principale zavorra alla crescita di tipo congiunturale. Gli ultimi giorni hanno evidenziato i primi segnali di allentamento delle tensioni sui prezzi, ma la strada resta ancora lunga per tornare ai livelli precedenti al prepandemia. Secondo gli scenari delineati dal Centro studi Confindustria, quando si tratterà di tirare le somme sul 2022, emergerà un impatto dello shock energetico nell’ordine di 110 miliardi di euro per le imprese italiane. «L’incidenza dei costi energetici sul totale sale da 4,6% a 9,8%, livelli insostenibili, ai quali corrisponde, nonostante un rialzo dei prezzi di vendita eterogeneo per settori, una profonda riduzione dei margini delle imprese», scrivono gli analisti. Per poi sottolineare come questo stia pesando già sugli investimenti delle imprese, soprattutto quelli del settore costruzioni, che negli ultimi tempi hanno fornito il contributo maggiore alla crescita, anche grazie al significativo impulso dei bonus edilizi. Le recenti misure messe a punto dall’esecutivo non possono essere risolutive, ma tendono a ridurre l’impatto negativo, dal credito d’imposta previsto per i consumi delle imprese alla possibilità per le stesse di rateizzare il pagamento delle bollette. Il tutto nella speranza di un veloce ridimensionamento dei prezzi d’acquisto della materia prima.
24.02.2026