Ipoteca: tutto è immobile finché l’immobile rimane…immobile

Dall’accordo di composizione della crisi alla liquidazione del patrimonio

La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Lanciano, con riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., dell’art. 14-quater, della legge 27 gennaio 2012, n. 3, nella parte in cui non prevede che il sovraindebitato possa chiedere, in caso di mancata approvazione dei creditori, la conversione della procedura di accordo di composizione della crisi in quella di liquidazione del proprio patrimonio.

Il Tribunale rimettente evidenziava come l’impossibilità per i debitori la cui proposta di accordo non è stata approvata dai creditori, di chiedere la conversione in liquidazione determinerebbe, infatti, un’irragionevole disparità di trattamento rispetto ai debitori che hanno raggiunto l’accordo, poi non adempiuto, ai quali la conversione è invece consentita.

La Consulta ha ritenuto infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata per insufficiente ricostruzione del quadro normativo e giurisprudenziale.

Nella sentenza, si chiarisce, da un lato, come il dettato letterale dell’art. 14-quater, disciplinando la conversione, non includa, tra i soggetti legittimati a chiederla, i debitori che non hanno raggiunto l’accordo.

Dall’altro lato, secondo la Corte, occorre considerare che la domanda con la quale il debitore chiede, in conseguenza del mancato raggiungimento dell’accordo, di accedere alla liquidazione può, invece, ben essere ammessa, in ossequio al principio di economia processuale e alla funzione sociale della disciplina della composizione della crisi da sovraindebitamento, applicando le norme sul rito camerale, di cui agli artt. 737 e ss. c.p.c.

Ebbene, il Tribunale avrebbe dovuto qualificare la domanda di conversione del debitore quale semplice modifica dell’originaria domanda, da accordo a liquidazione, ritenendola ammissibile sulla scorta delle norme che disciplinano il rito camerale, in cui possono essere proposte domande nuove in conformità alle direttive del giudice.

Il rimettente, inoltre, non prende in considerazione la pacifica, sia in dottrina che in giurisprudenza, tesi che consente la proposizione, con lo stesso ricorso, di domande subordinate aventi ad oggetto le diverse procedure volte al superamento della crisi da sovraindebitamento.

Di conseguenza, il sistema normativo permette già ai debitori, sin dalla presentazione del ricorso iniziale, di chiedere la liquidazione in via subordinata, offrendo così la possibilità di non dovere attivare un nuovo e distinto procedimento per accedere alla liquidazione stessa.

Corte Cost., 8 aprile 2021, n. 61

Lodovico Dell’Oro – l.delloro@lascalaw.com

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