Sta crescendo la dimensione economica dei progetti di economia circolare delle aziende italiane. Secondo il Circular Economy & Resource Efficiency Report 2026 di Energy & Strategy – Polimi School of Management, che verrà presentato a Rimini alla fiera Ecomondo il prossimo 5 novembre, l’investimento medio stimato tra le imprese passa da 131mila euro nel 2025 a 189mila euro nel 2026 (+44 per cento). Gli interventi superiori a 500mila euro salgono dal 4% al 13%, sebbene quasi due su tre rimangano inferiori a 150mila euro. Il report mostra come la crescita degli investimenti di maggiore importo si concentri soprattutto nelle imprese medio-grandi e in alcuni comparti, in particolare l’agricoltura.
Questa evoluzione procede parallelamente alla diffusione delle pratiche di economia circolare tra le aziende, anche se la spinta vista l’anno scorso sembra essersi esaurita. L’indagine demoscopica realizzata con Ipsos Doxa su 390 imprese – e compresa nel report – mette in luce come nel 2026 il 35% del campione dichiari di avere adottato misure di circolarità, rispetto al 34% del 2025. Tuttavia allo stesso tempo, scende dal 34% al 31% la quota di chi intende introdurle in futuro, mentre sale dal 31% al 34% quella delle imprese che non prevedono affatto di farlo. Anche qui, la dimensione facilita i processi di riutilizzo dei materiali: il 42% delle grandi imprese risulta già attivo, contro il 32% delle microimprese. Per chi ha in essere azioni di circolarità, il livello medio di maturità resta pari a 3,1 su 5, invariato rispetto al 2025. Si rafforza la misurazione dei risultati, prevista dal 28% del campione (l’80% delle imprese già attive), mentre la trasformazione organizzativa procede più lentamente: solo il 9% dispone di una figura interamente dedicata all’economia circolare.
A voler quantificare i benefici economici delle pratiche circolari, il report indica una stima di 19,8 miliardi di euro, in aumento dell’8,2% rispetto al 2025 e con i settori delle costruzioni e dell’alimentare e bevande a generare insieme circa i due terzi di questo valore. I risparmi corrispondono però soltanto al 17% del potenziale teorico al 2030, stimato in 119 miliardi di euro, avverte lo studio. La strada da percorrere è dunque ancora lunga.
«Vediamo una stabilizzazione del mercato, come se fossimo arrivati a un primo gradino di maturità, con un’impresa su tre che ha adottato pratiche circolari e sa che queste sono ancora parziali», commenta Davide Chiaroni vicedirettore di Energy & Strategy – Polimi School of Managent e responsabile del report. «Tuttavia – continua – per la prima volta in modo evidente emerge la dicotomia tra grandi e piccole imprese. Le prime vedono i processi circolari come pratiche integrate nel modello di sviluppo e manifestano una volontà significativa di investire, le seconde stanno invece frenando».
Chiaroni prova anche a motivare questa polarizzazione: «La direttiva europea Csrd (Corporate sustainability reporting directive) e la norma Uni sulla misurazione della circolarità hanno negli ultimi anni dato un segnale di maggiore attenzione a questi temi. Ora la rimodulazione al ribasso di alcuni dei progetti del Pnrr proprio inerenti all’implementazione dell’economia circolare e i ritardi da una parte della Strategia nazionale per l’economia circolare e dall’altra del Circular economy act europeo hanno raffreddato la spinta, soprattutto per le imprese più piccole».
La normativa Ue è attesa a breve: la proposta della Commissione, già rinviata, è attualmente in calendario per il 18 novembre, una data suscettibile ancora di modifiche. L’obiettivo, per Bruxelles, è arrivare al raddoppio della quota di materia riciclata utilizzata nei cicli industriali entro il 2030, passando dall’attuale 12 al 24 per cento. E si pensa a un mercato comune dei materiali riciclati per aiutare questo sviluppo.
È un motore normativo che potrebbe riaccendere la spinta perduta. Insieme a strumenti nazionali già in lavorazione: «Il sentiment degli operatori, per come l’abbiamo raccolto, guarda con interesse al sistema Epr, di responsabilità estesa del produttore. Sono stati fatti passi avanti nel tessile, nel legno arredo funziona su base volontaria, sono in discussione sistemi su automotive e batterie. Potrebbe essere uno strumento potente di trasformazione: portando a bordo i produttori si coinvolgono imprese di taglia grande, con capacità di investimento maggiore, e in ottica di responsabilità estesa si chiama poi tutta la filiera ad allinearsi», sottolinea Chiaroni. Che per il futuro si augura un cambio di passo: «Il valore che attualmente estraiamo dalle raccolte è basso. Serve catturare materiali dal valore unitario elevato: silicio, materie prime critiche, la black mass delle batterie. E creare un mercato in grado di assorbirle. Per evitare di doverle rimandare in Cina».

