12.10.2026

I progressi della Pa digitale e la prova del dopo Pnrr

  • La Repubblica

La digitalizzazione della pubblica amministrazione italiana avanza, ma un servizio online non coincide sempre con una pratica più semplice. Accedere con l’identità digitale, pagare un tributo o scaricare un certificato è possibile attraverso piattaforme condivise. Il passaggio da completare riguarda ciò che avviene dopo: uffici che scambiano informazioni, meno documenti richiesti, risposte più rapide. E’ soprattutto su questo terreno che si misurerà l’eredità del Pnrr.
L’ultimo “Digital Government Outlook” dell’Ocse restituisce un quadro di progresso, ma non una promozione piena. Nell’indice 2025 (con dati riferiti al periodo 2023-2024 e pertanto non considerabili come consuntivo del Pnrr) l’Italia raggiunge 0,67 punti su una scala da zero a uno, migliorando di nove centesimi rispetto al 2023, ma restando sotto la media di 0,70.
Superiamo la maggior parte degli altri Paesi nell’uso dei dati per le decisioni e nell’apertura dei processi, ma rimaniamo indietro nella capacità di anticipare i bisogni degli utenti: 0,39 contro 0,67. Va detto che l’indice misura le condizioni organizzative e le politiche di trasformazione, non la disponibilità dei singoli servizi.
In sostanza, un portale può funzionare perfettamente sul piano tecnico, ma se dietro restano colli di bottiglia normativi l’impatto si annulla.
Un’altra prospettiva arriva dal rapporto della Commissione europea sul Decennio digitale.
L’indicatore dei servizi pubblici digitali per i cittadini raggiunge 86,11 su 100, sopra la media europea di 84,64. È un avanzamento dell’offerta, non la percentuale di utenti reali. Il confronto con l’Ocse non è una contraddizione: mettere una prestazione online e organizzare la PA attorno alle esigenze del cittadino sono risultati diversi.
Il Pnrr ha fornito risorse e scadenze comuni a una trasformazione frammentata, con 46,8 miliardi di euro per la transizione digitale dell’Italia, inclusi interventi esterni alla PA. Per la digitalizzazione delle amministrazioni, il programma originario del Dipartimento prevedeva oltre 6 miliardi, destinati a cloud, scambio di dati, identità digitale e piattaforme nazionali. Sul cloud il bilancio è aggiornato: a luglio il Dipartimento ha comunicato il raggiungimento
degli obiettivi europei dedicati, con circa 13 mila amministrazioni che hanno trasferito dati e applicativi in ambienti qualificati. Tra queste, oltre 12.700 enti locali e scuole, e più di 280 strutture sanitarie e amministrazioni centrali migrate verso il Polo strategico nazionale, per oltre 135 mila servizi coinvolti.
Il cloud favorisce sicurezza e continuità; completare la migrazione non dimostra però, da solo, la velocizzazione di una procedura. Il secondo passaggio è far dialogare le banche dati. La Piattaforma digitale nazionale dati (Pdnd) consente lo scambio autorizzato di informazioni tra enti. È il principio noto come “once only”, fondamentale per eliminare la burocrazia ridondante e rendere automatica la consultazione dei dati. L’obiettivo è evitare che il cittadino debba ripresentare dati già in possesso dello Stato, con accessi sempre vincolati alle finalità consentite e alla tutela della privacy.
Quanto alle imprese, la trasformazione deve entrare nei procedimenti. A fine settembre Invitalia ha annunciato l’approvazione di altre 2.734 domande di finanziamento per digitalizzare gli sportelli unici produttivi ed edilizi (Suap e Sue), sostenendo l’adeguamento dei sistemi allo scambio dati. Autorizzazioni e pratiche edilizie incidono sui tempi degli investimenti, ma le risorse approvate misurano l’avanzamento del programma, non certificano ancora una riduzione delle attese.
Alle piattaforme deve accompagnarsi la capacità di utilizzarle. La Commissione europea segnala competenze digitali di base inferiori alla media e divari per età, istruzione e territorio. Per rendere accessibile l’innovazione servono servizi comprensibili e assistenza a chi fatica ad usarli. L’Ocse richiama la formazione dei dipendenti tramite Syllabus, ma rileva che coinvolgimento degli utenti e misurazione dell’impatto vanno rafforzati. L’intelligenza artificiale apre un’ulteriore fase, da distinguere dai traguardi raggiunti. La ricerca dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano stima che il 57% del tempo lavorativo dei dipendenti pubblici sia potenzialmente automatizzabile. Non significa eliminare più di metà dei posti: la percentuale riguarda attività affiancabili dalla tecnologia, liberando tempo per altri compiti. Ma per ottenere i risultati sperati servono ripensamento dei processi, formazione e misurazione degli effetti.
La sicurezza è parte dello stesso percorso: proteggere le infrastrutture e aiutare gli utenti a riconoscere le comunicazioni autentiche sono esigenze complementari, poiché la fiducia condiziona l’uso dei servizi.
Resta infine il tema della sostenibilità finanziaria. L’Osservatorio Agenda Digitale avverte che le infrastrutture del Pnrr rischiano di non produrre effetti duraturi senza interventi successivi.
A gennaio indicava risorse non spese dei voucher e fondi regionali come possibili strumenti.
La scheda europea 2026 attribuisce 6,1 miliardi di euro dei fondi di coesione al digitale nel suo complesso, ma non sono tutti destinati alla PA, né disponibili automaticamente per mantenere ogni progetto. Serviranno scelte su manutenzione, personale e aggiornamenti: il risultato da verificare sarà quanto tempo e quanti passaggi verranno davvero risparmiati.