’intelligenza artificiale giova davvero tanto all’economia? Domanda prosaica, nella temperie di interrogativi morali, esistenziali, filosofici che orbitano intorno all’Ai. Ma se si accertasse che essa accresce a dismisura il benessere materiale delle comunità che l’adottano, potremmo anche essere disposti a correre qualche rischio, perfino quelli che alcune voci critiche ci dipingono come gravi: da un aumento subitaneo della disoccupazione fino all’estremo dello sterminio dell’umanità. Per il momento, il nesso fra Ai e crescita economica rimane controverso. Per analizzarlo dati alla mano, dobbiamo prima chiarire che cosa intendiamo per intelligenza artificiale e che cosa per benessere materiale di una comunità nazionale. Qui ci interessano soprattutto i nuovi sistemi di Ai generativa, basati sui grandi modelli linguistici prodotti da alcune immense aziende americane, fra cui OpenAi, Anthropic, Google e Meta. Quanto al benessere materiale, possiamo limitarci al prodotto nazionale e al suo tasso di crescita. Questi, al di là delle oscillazioni cicliche, dipendono essenzialmente dalla sapienza produttiva del sistema delle imprese, cioè da quella che gli economisti chiamano produttività.
È dunque questa la variabile chiave da osservare. L’intelligenza artificiale è una nuova tecnologia di uso generale (general purpose technology), come lo furono il motore elettrico un secolo e mezzo fa e il personal computer quarant’anni fa. Quando nasce una tecnologia buona per tutti gli usi ci si aspetta che venga adottata da tutte le imprese e che la loro efficienza, cioè la quantità di beni e servizi prodotti a parità di input, balzi verso l’alto. A livello macroeconomico dovrebbero conseguentemente crescere produttività e prodotto nazionale. La diffusione dell’Ai è straordinariamente rapida. Secondo dati citati recentemente da Raffaella Sadun della Harvard Business School, negli Stati Uniti oltre metà della popolazione e oltre un terzo delle imprese usano oggi strumenti di Ai generativa: una velocità più che doppia rispetto a quella di Internet nei suoi primi anni.
Negli altri paesi avanzati la diffusione è minore, ma resta molto rapida nel confronto storico. Il grande salto della produttività, però, nelle statistiche aggregate ancora non si vede. Negli Stati Uniti la produttività del lavoro ha recentemente accelerato, più che in Europa, ma non è un fenomeno eclatante e soprattutto è troppo presto per stabilire quanto ciò dipenda dall’intelligenza artificiale. Viene in mente il celebre paradosso formulato dall’economista Robert Solow negli anni Ottanta: i computer si vedono dappertutto, tranne che nelle statistiche della produttività. La spiegazione è che non basta a un’impresa comprare un modello di Ai per vedere la propria produttività fare immediatamente un salto. Occorre riorganizzare l’azienda e riscriverne molti processi per consentire alla nuova tecnologia di dispiegare i suoi effetti. Tutto questo richiede tempo: i costi di acquisizione e riorganizzazione si subiscono subito, i benefici di produttività arrivano dopo. Esattamente come accadde con il digitale e, molto prima, con l’elettricità. Dunque la risposta alla domanda iniziale è: si, l’Ai può fare molto bene all’economia, ma non subito, occorre pazienza.
Vi sono inoltre almeno due importanti differenze rispetto alle tecnologie generali del passato, soprattutto all’ultima. La prima è che l’Ai può non limitarsi a «pensare», cioè elaborare informazioni e fornire risposte, ma può anche «agire», entro i limiti di autonomia e di accesso al mondo esterno consentiti dall’utente. Gli agenti di Ai possono eseguire intere sequenze di operazioni, non soltanto suggerire a un essere umano come eseguirle: ad esempio leggere un ordinativo, controllare il magazzino, interrogare i fornitori, predisporre il pagamento e aggiornare la contabilità. Il salto potenziale di produttività diventa allora molto più alto.
La seconda differenza riguarda direttamente l’Italia. Nel mondo digitale i benefici della nuova tecnologia erano spesso tanto maggiori quanto più l’azienda era grande e complessa. Con l’Ai potrebbe non essere così. L’economia italiana ha tratto negli scorsi decenni meno benefici dal digitale rispetto ad altri paesi avanzati anche perché disponeva di poche imprese grandi e complesse e di una sterminata congerie di imprese piccole e semplici. Ma proprio una piccola impresa può oggi procurarsi, grazie all’Ai, capacità che un tempo richiedevano dimensioni assai maggiori. Ad esempio, una piccola impresa normalmente non può permettersi un reparto legale, un ufficio studi, dieci programmatori, specialisti di marketing internazionale o sofisticati sistemi di gestione. L’Ai può darle, almeno in parte, queste capacità. In altri termini, l’Ai potrebbe colmare alcuni dei vantaggi della grande dimensione.
Per l’Italia sarebbe una novità di enorme importanza. Ma non è automatica. La diffusione dell’Ai nella nostra economia è ancora relativamente scarsa: dati campionari dei primi mesi di quest’anno collocavano a poco più di un quarto la quota di lavoratori italiani che utilizzano strumenti di Ai generativa, contro quasi un terzo in Germania. La politica economica dovrebbe dunque aiutare le imprese e soprattutto le piccole ad acquisire questi strumenti e a riorganizzarsi per usarli bene. Servono probabilmente, più che sussidi pubblici, competenze e semplificazione normativa. Posto, come io credo, che l’intelligenza artificiale mantenga alla fine tutte le mirabolanti promesse di stimolo all’economia che le vengono attribuite, l’Italia non può permettersi di scoprirlo per ultima.