12.10.2026

Il rischio di default colpisce i big

  • Italia Oggi

La rigidità operativa zavorra i giganti dell’industria italiana. Contrazione della produzione e costi difficili da comprimere stanno presentando il conto più salato al segmento delle medie e grandi imprese in termini di deterioramento del credito. Almeno nel decennio compreso tra il pre-covid e il 2028. È quanto emerge dall’ultimo outlook Abi-Cerved sui crediti deteriorati delle imprese che, in un quadro di sostanziale tenuta per il sistema creditizio italiano nel 2026, ha aperto un interrogativo sulle diverse capacità di reazione del sistema economico nazionale alla gestione del debito. In base all’analisi, infatti, nonostante una congiuntura economica contrassegnata da incertezza geopolitica, fluttuazioni dei prezzi energetici e politica monetaria cauta, il tasso di deterioramento dei crediti accordati alle società non finanziarie è salito tra il 2025 e il 2026 appena dello 0,2% passando dal 2,6% al 2,8%, con un picco atteso al 2,9% nel 2027 e un successivo lieve rientro al 2,8% nel 2028. In questo contesto, la reazione del sistema imprenditoriale in termini di solidità creditizia appare molto sbilanciata tra micro e grande impresa. I dati parlano chiaro: per le grandi aziende industriali (oltre 250 addetti o 50 milioni di fatturato) il tasso di deterioramento del credito arriverà infatti a sfiorare il 2% nel 2027 per poi assestarsi all’1,9% nel 2028. Rispetto allo 0,9% del 2019 pre-covid, si tratta di un raddoppio netto della rischiosità. Una simile traiettoria sembra colpire anche le medie imprese manifatturiere, il cui tasso di default dovrebbe salire dall’1,2% del 2019 al 2,2% nel biennio 2027-2028, con un incremento di 100 punti base. In controtendenza, le microimprese del settore che, nonostante una rischiosità assoluta superiore a quella delle altre categorie di imprese, mostreranno una tenuta inaspettata: dal 2,9% del 2019 si passerà infatti al 3% nel 2028, registrando una variazione di appena 10 punti base su tutto il decennio. Le ragioni di questa divergenza sembrano essere di natura finanziaria e operativa. L’aumento dei tassi di interesse e la stretta monetaria hanno pesato in particolare sulle strutture medio-grandi, appesantite dai costi di servizio del debito a medio-lungo termine contratto per gli investimenti in capitale fisso e transizione tecnologica. A questo si aggiungono la rigidità delle strutture dei costi e la maggiore esposizione al raffreddamento del commercio estero e delle catene globali del valore. Le microimprese, al contrario, sono riuscite a compensare la minore provvista finanziaria con una rapidità di riposizionamento sui mercati e una flessibilità operativa che ne hanno preservato la solvibilità contabile di fronte alle banche.

I divari territoriali. L’analisi realizzata dal Cerved ha smontato un altro pregiudizio, ovvero quello relativo a un divario nord-sud destinato ad ampliarsi nelle fasi di debolezza congiunturale. Se in termini assoluti il Mezzogiorno ha continuato a registrare il tasso di deterioramento più alto del Paese, con un picco previsto al 3,7% nel 2028 a fronte del 2% stimato per il nord-est, l’esame delle variazioni rispetto ai valori pre-pandemici ha evidenziato un processo di ricomposizione dei divari all’interno dello Stivale. Il sud e le isole rappresentano infatti l’unica macroarea italiana capace di chiudere l’orizzonte previsionale al 2028 con un livello di rischiosità sensibilmente inferiore a quello rilevato nel 2019, quando il tasso si attestava al 4,2%. Un calo di mezzo punto percentuale che testimonia un rafforzamento delle condizioni di bilancio delle imprese sopravvissute alle recenti crisi sistemiche. Il fenomeno appare ancora più evidente considerando le piccole imprese del Mezzogiorno, il cui tasso di deterioramento del credito è passato dal 3,5% del 2019 al 3% del 2026, a fronte di un calo dal 3,2% del pre-covid al 2,8% nel caso delle medie imprese del sud del Paese. L’elemento di discontinuità risiede tuttavia nel comportamento del nord-ovest, storicamente considerato il cuore finanziario e industriale del Paese. Questa macroarea risulta, infatti, l’unica in Italia a presentare al termine del triennio 2026-2028 un tasso di deterioramento dei crediti superiore ai livelli del 2019, passando dal 2,4% pre-pandemico al 2,6% stimato per il 2028. E questo, a causa della concentrazione nel nord-ovest di grandi e medie imprese manifatturiere ad alta intensità di capitale che ha reso quest’area particolarmente permeabile al rialzo del costo dei crediti e al ristagno della produzione. Il risultato è una progressiva riduzione della forbice di rischiosità relativa tra nord e sud, determinata dal consolidamento patrimoniale del mezzogiorno e dalle tensioni operative che attraversano le regioni industriali delle aree più ricche e produttive del Paese.

Le divergenze settoriali. Al di là delle differenze territoriali, l’analisi del Cerved ha messo in luce anche una marcata diversità nei profili di rischio tra il comparto dei servizi e quello industriale. Nel terziario, infatti, il tasso di deterioramento aggregato si è mantenuto stabile e in linea con il periodo pre-pandemico, attestandosi al 2,8% sia nel 2019 sia nel 2028, con una parentesi al 2,6% nel 2025. Questo trend è il frutto di un dimezzamento del tasso di deterioramento del credito delle medie imprese (passato dall’1,8% del 2019 allo 0,9% nel 2028) a cui si aggiunge una forte contrazione osservata anche tra le piccole imprese del settore, la cui rischiosità è scesa dal 2,1% pre-covid all’1,3% a fine periodo. Questa traiettoria risulta in netto contrasto con quanto rilevato nell’industria in senso stretto, dove l’indicatore di deterioramento complessivo del credito è salito dal 2,3% del 2019 al 2,7% nel 2028, sostenuto dall’aumento del rischio su tutte le fasce di fatturato, escluse le microimprese.

In termini strettamente settoriali, invece, le stime di Abi-Cerved hanno evidenziato un aumento del flusso di nuovi crediti in default in tutti i comparti. In particolare, nelle costruzioni che hanno registrato l’incremento più consistente, dal 2,9% del 2025 al 3,3% del 2026. «Nel comparto del construction si osserva un aumento diffuso e superiore rispetto a tutti gli altri settori, ma con intensità differenti: modesto nelle microimprese (0,1 punti percentuali tra il 2025 e il 2026, le uniche a restare al di sotto del livello pre-covid, 3,0% contro 4,1%), significativo nelle medie e piccole (rispettivamente, 2,1 e 1,3 punti percentuali)», hanno sottolineato gli esperti del Cerved.