All’atto della fusione fra Fiat e Peugeot nel 2021, Stellantis valeva il 23,8% del portafoglio di Exor, quasi quanto Ferrari. Cinque anni più tardi la casa automobilistica, «l’azienda originaria» delle fortune degli Agnelli-Elkann, pesa per il 6,3% degli investimenti della holding, circa un sesto del Cavallino e la metà rispetto al gruppo olandese della sanità Philips.
I nuovi equilibri sono frutto del crollo di Stellantis in Borsa: da inizio anno il titolo ha perso circa il 56% a causa del maxi-piano di svalutazioni deciso dal nuovo ceo Antonio Filosa e delle difficoltà del settore auto europeo. La capitalizzazione del gruppo si è così dimezzata a 13,3 miliardi e, con essa, il valore della partecipazione del 15,5% in mano a Exor che, ai corsi azionari attuali, vale circa 2 miliardi.
«Delle nostre quattro maggiori società – ha riconosciuto il ceo di Exor, John Elkann – Stellantis è stata l’unica a registrare un calo del prezzo delle azioni nei primi sei mesi dell’anno, con un impatto significativo sul nostro Nav». Tuttavia, Elkann, che di Stellantis è anche presidente, si è detto fiducioso nei piani di rilancio avviati dal ceo Filosa: «I primi risultati sono incoraggianti».
Il contesto industriale resta però complesso, specie in Europa e in Italia. Lo dimostra, fra l’altro, il ritorno in cassa integrazione di Mirafiori. Ieri Stellantis ha annunciato che il reparto Carrozzerie del polo torinese si fermerà per due settimane, dal 19 al 30 ottobre, sulle linee delle Fiat 500 elettrica e ibrida. La cassa interesserà 1.074 dipendenti. «Siamo di fronte ad una situazione complessa — ha spiegato un portavoce della casa — nonostante gli investimenti e il raddoppio della produzione rispetto allo scorso anno» che dovrebbe arrivare a 60 mila unità a fine 2026.
Il management di Stellantis, tuttavia, aveva previsto che la produzione della sola 500 ibrida avrebbe raggiunto le 100 mila unità. Un obiettivo ormai irraggiungibile. Complice il prezzo elevato e le difficoltà della classe media, le Fiat 500 si stanno accumulando nei concessionari. Per Mirafiori, quindi, non sono da escludere ulteriori fermi produttivi e cassa integrazione a novembre e dicembre.
I sindacati hanno perciò chiesto la destinazione a Mirafiori di un altro modello che garantisca volumi maggiori e più stabili rispetto alla 500.