La transizione energetica sta cambiando scala. Non riguarda più soltanto quanta nuova capacità rinnovabile installare, ma le infrastrutture necessarie a trasformare il sistema energetico e industriale italiano: reti, accumuli, acqua, data center, rifiuti, teleriscaldamento e biometano. Una trasformazione che, secondo il position paper realizzato da Teha Group con A2A e presentato a Cernobbio il 4 settembre, può mobilitare 315 miliardi di euro di investimenti privati entro il 2035. Nei quindici anni successivi se ne aggiungerebbero altri 510 miliardi, portando il totale a 825 miliardi entro il 2050.
Si tratta di circa 33 miliardi l’anno, equivalenti al 9% della media degli investimenti nazionali del decennio 2016-2025. Capitali privati, senza nuovo debito pubblico, distribuiti su nove ambiti strategici.
Dei 315 miliardi previsti al 2035, la quota maggiore andrebbe alle infrastrutture elettriche, con 95 miliardi, davanti agli 83 destinati a generazione e flessibilità. Seguono il ciclo idrico con 45 miliardi, le infrastrutture gas con 44, data center e trattamento dei rifiuti con biometano con 21 miliardi ciascuno e il teleriscaldamento con 6 miliardi.
Al 2050 le reti elettriche arriverebbero a 288 miliardi, generazione e flessibilità a 225, il ciclo idrico a 123 e le infrastrutture gas a 93. Altri 50 miliardi andrebbero ai data center, 32 a rifiuti e biometano e 14 al teleriscaldamento.
La centralità delle reti mostra come la transizione stia entrando in una fase diversa. Alla nuova capacità rinnovabile devono affiancarsi infrastrutture in grado di integrare generazione, accumuli, mobilità elettrica e consumi crescenti. Nella flessibilità lo studio comprende storage e capacità termoelettrica necessaria alla sicurezza del sistema; nella generazione rientrano rinnovabili, rilancio dell’idroelettrico e nucleare.
La dimensione industriale assume ancora più peso alla fine della stagione straordinaria del Pnrr. L’Italia ha potuto contare su circa 194 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti europei e, secondo le elaborazioni del rapporto, senza quella spinta l’economia italiana avrebbe registrato una crescita organica negativa già dal 2024. Il settore energy & utility può ora rappresentare una leva strutturale di investimento, facendo convergere capitale privato, infrastrutture e politica industriale.
L’impatto stimato va ben oltre il capitale iniziale. Le stime di Teha e A2A calcolano che ogni euro investito produrrebbe ricadute dirette, indirette e indotte pari a 4,1 volte, portando l’effetto cumulato sull’economia a circa 3.400 miliardi di euro e abilitando fino a 300 mila nuovi posti di lavoro.
Anche la crescita ne beneficerebbe. Tra il 2026 e il 2050 il tasso medio annuo reale passerebbe, nelle simulazioni del rapporto, dallo 0,73% allo 0,80%: circa il 10% in più rispetto allo scenario senza questi investimenti.
Un altro effetto riguarda la sicurezza energetica. Oggi soltanto il 26% dell’energia utilizzata in Italia proviene da fonti nazionali. La quota potrebbe salire al 49% nel 2035 e all’81% nel 2050, facendo scendere la dipendenza dall’estero dal 74 al 19% e riducendo l’esposizione agli shock delle commodity e alle crisi geopolitiche.
Le ricadute arriverebbero anche alle famiglie. Oggi una famiglia italiana spende in media circa 3.500 euro l’anno per elettricità, gas, mobilità e altre fonti energetiche. Nello scenario base del rapporto, la spesa scenderebbe a circa 3.000 euro nel 2035 e a 2.800 nel 2050: 700 euro in meno l’anno, pari al 20% rispetto a oggi.
Il rapporto considera anche uno scenario di completa elettrificazione dei consumi domestici. In questo caso il vantaggio salirebbe a circa 1.000 euro l’anno, pari al 29% della spesa attuale, rafforzando ulteriormente l’impatto economico della transizione sui bilanci familiari. Per l’industria la leva principale è invece il costo dell’elettricità. Nonostante consumi previsti in aumento da 108 TWh a 135 TWh nel 2050, l’espansione delle rinnovabili potrebbe generare 80 miliardi di euro di risparmi cumulati. Se interamente reinvestiti, potrebbero produrre fino a 260 miliardi di valore aggiunto per l’economia nazionale, oltre il doppio della crescita realizzata dall’industria italiana negli ultimi 25 anni. C’è infine il dividendo ambientale. Le emissioni nazionali di CO2 potrebbero diminuire del 36% entro il 2050, evitando circa 31 miliardi di euro di costo sociale del carbonio. Nel ciclo dei rifiuti, colmare il gap impiantistico consentirebbe di azzerare i 4,4 milioni di tonnellate che oggi finiscono ogni anno in discarica, riducendo di oltre 500 milioni i costi di smaltimento. Il ritardo è evidente soprattutto nelle reti idriche: in Italia viene disperso il 42% dell’acqua
prelevata, il secondo dato più alto nell’Unione europea, contro una media del 21%. Secondo lo studio, senza nuovi investimenti il costo cumulato delle perdite potrebbe superare 250 miliardi di euro entro il 2050. Nel servizio idrico, gli interventi su fognature e depurazione potrebbero invece evitare fino a 1,5 miliardi di euro di sanzioni europee. Gli 825 miliardi delineano così una trasformazione che va oltre la sostituzione delle fonti fossili e coinvolge l’intero sistema infrastrutturale. Una leva per aumentare competitività e autonomia energetica e, insieme, ridurre i costi per famiglie e imprese.