Il Leone: offerta non sollecitata, ma dialogo sulle collaborazioni industriali
Generali non chiude la porta all’offerta del Monte dei Paschi su Banca Generali. Ieri il board della compagnia ha dato «la propria disponibilità a valutare la proposta di Mps, che prospetta una più ampia collaborazione industriale volta a sviluppare nuove opportunità di crescita in aree di business strategicamente rilevanti per entrambe le società». Il cda Generali — in un clima descritto come sereno tra i consiglieri — ieri ha confermato quanto trapelato nei giorni scorsi. Se il Leone deciderà di aderire all’offerta su Banca Generali, lo farà non solo per mantenere l’attuale perimetro di accordi industriali con l’istituto guidato da Gian Maria Mossa ma per ampliarlo, a beneficio degli azionisti. Generali ha infatti confermato anche «di aver avviato un processo finalizzato a valutare approfonditamente le implicazioni commerciali, economiche e di valore dell’offerta, che non è stata sollecitata né preventivamente concordata», ha scritto il board. Il suo consenso sarà fondamentale visto che il gruppo possiede il 50,02% e l’Ops del Monte richiede almeno il 50% del capitale più un’azione.
Non è stato un argomento del cda di ieri la nomina degli advisor ma, da questo emerge, la compagnia potrebbe arruolare come consulenti per valutare l’offerta su Banca Generali sia Evercore sia Zaoui & co, advisor che ha già accompagnato molte operazioni del gruppo. Generali farà un nuovo passaggio sull’offerta che valorizza Banca Generali 8,7 miliardi (con un premio del 10%) in un cda nelle prossime settimane che sarà preceduto dalla riunione del comitato parti correlate.
Se decidesse di aderire all’operazione lanciata dal ceo del Monte Luigi Lovaglio, il gruppo di Trieste diventerebbe infatti azionista di Siena con il 12% circa. Una quota che scenderebbe attorno al 6,4% nel caso in cui andasse in porto anche l’offerta di Mps su Banco Bpm. Il Monte a sua volta sarebbe azionista all’8,8% dopo la distribuzione ai soci della banca del 4% del capitale di Generali. Le due società si troverebbero quindi ad avere partecipazioni incrociate, cosa che farebbe scattare l’obbligo per la compagnia di portarsi al di sotto del 3% di Mps o di vedere la sterilizzazione dei suoi diritti di voto. Anche se, secondo le opinioni stilate dai legali, il gruppo non diventerebbe azionista in virtù di un’acquisizione «attiva» bensì dell’adesione a una ops. I processi «saranno condotti nel pieno rispetto della procedura in materia di operazioni con parti correlate», ha precisato ieri il board del Leone.
Si prospetta una partita lunga in vista dell’assemblea straordinaria di Mps del 29 ottobre. Sarà preceduta il 10 settembre da quella di Intesa Sanpaolo la cui Opas ieri era a premio del 3,6%.
Sempre ieri sono arrivate le valutazione di Fitch che, al pari di Moody’s, S&P e Dbrs, ha posto l’accento sui rischi di esecuzione della doppia Ops del Monte, anche sul «profilo di credito di Mps che potrebbe subire pressioni». È un’operazione «difensiva — ha scritto Fitch — per contrastare l’offerta di Intesa da 36 miliardi». L’agenda di Mps del 29 ottobre sarà serrata. L’assemblea dovrà approvare operazione per operazione sia il via libera sulla passivity rule sia i singoli aumenti di capitale. Nell’ordine del giorno potrebbe entrare la fusione con Mediobanca e il successivo scorporo se arriverà il via libera Bce, atteso entro settembre.
Sullo sfondo, ci sono le opinioni dei proxy advisor Iss e Glass Lewis che ai fondi azionisti di Intesa hanno consigliato di approvare l’Opas della Ca’ de Sass. Senza contare che la banca guidata da Carlo Messina ha depositato in Consob un esposto sollevando dubbi sui tempi di Mps nella comunicazione al mercato delle operazioni e sul rispetto della passivity rule.