La mano pubblica è un attore significativo dell’economia europea. Gli appalti pubblici, tuttavia, restano per lo più appannaggio delle imprese nazionali. In un recente articolo accademico, quattro studiosi propongono nuove soluzioni per aprire le gare a tutte le aziende europee, in un momento nel quale rafforzare il mercato unico è diventato cruciale per il futuro stesso dell’Unione europea e mentre Bruxelles prepara una attesa riforma delle gare pubbliche in Europa.
La spesa pubblica rappresenta nell’Unione europea il 45% del prodotto interno lordo, mentre gli appalti pubblici valgono quasi il 14% del Pil. Una parte significativa dell’economia continentale dipende quindi dalla capacità delle istituzioni pubbliche di allocare risorse in modo efficiente, notano nell’articolo pubblicato dall’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi gli studiosi Desiderio Berdini, Karolis Granickas, Manfred Hafner e Francesco Nicoli.
Spiegano gli autori di Go European? How a European Supplier Qualification Authority can Unlock Cross-Border Procurement: «Il mercato degli appalti pubblici dell’Unione europea è ancora frammentato. La partecipazione transfrontaliera rimane limitata, non tanto a causa di discriminazioni nella fase di aggiudicazione, quanto piuttosto a causa della frammentazione dei sistemi nazionali di qualificazione dei fornitori». Insomma, partecipare è quasi più difficile che vincere la gara.
Conferma Saverio Scopelliti, direttore commerciale di RINA Consulting, la società di servizi ingegneristici: «Il nostro tasso di successo nelle gare pubbliche è del 40% in Italia, scende al 10% nella Ue. Le regole cambiano da Paese a Paese. Ci sono molte barriere indirette poiché mancano requisiti armonizzati a livello comunitario. Addirittura, in alcuni casi è possibile partecipare solo se nei fatti già si è lavorato nel Paese in questione». La Ue pesa per il 25% delle gare pubbliche a cui partecipa RINA (l’Italia: il 45%).
Insomma, le imprese che vogliono prendere parte ad appalti pubblici in altri Stati membri si trovano ad affrontare una miriade di ostacoli: sistemi di qualificazione differenti, documentazione duplicata, verifiche ripetitive, traduzioni e anche elevata incertezza del diritto. Gli studiosi dell’Università Bocconi propongono quindi di creare a livello europeo un meccanismo di riconoscimento anticipato delle qualificazioni, che offra ex ante alle aziende il certificato necessario per partecipare alle gare.
Il modello da seguire, secondo l’Institute for European Policymaking, è quello italiano. In Italia l’attestazione SOA (Società Organismo di Attestazione) è la certificazione obbligatoria che qualifica le imprese alle gare pubbliche e per importi superiori a 150mila euro. A monte, gli studiosi propongono che l’Unione europea si doti per così dire di un 28mo regime negli appalti pubblici – sulla falsariga del 28mo regime nel diritto societario – nel quale l’attestazione verrebbe accettata in automatico.
L’articolo dell’Università Bocconi giunge mentre la Commissione europea sta lavorando a una riforma degli appalti pubblici, attesa per il 9 settembre. Secondo le informazioni raccolte a Bruxelles, l’esecutivo comunitario sta riflettendo se imporre una quota di Made in Europe in alcuni settori in un momento in cui i Ventisette devono fare i conti con la concorrenza cinese e sono chiamati a investire denaro in comune in grandi progetti infrastrutturali: dalla difesa ai trasporti e all’energia.
Nota ancora l’ingegnere Scopelliti, il dirigente di RINA: «Una piattaforma unica di partecipazione agli appalti, come quella usata per esempio dall’Agenzia spaziale europea, offrirebbe nuove opportunità». Intanto, in maggio, 40 associazioni imprenditoriali hanno chiesto una rapida riforma della legislazione europea degli appalti pubblici – ormai risalente al 2014. Sostengono che la selezione non dovrebbe basarsi solo sul miglior prezzo, ma anche sul maggior valore aggiunto e sui principi di sostenibilità.
La proposta degli studiosi dell’Università Bocconi è tutt’altro che meramente tecnica. In realtà, riformare gli appalti pubblici in Europa per aprirli alla concorrenza e quindi renderli, tendenzialmente, più efficienti potrebbe servire a rafforzare il mercato unico e a promuovere l’acquisto di beni e servizi europei – alla stregua di altre riforme attualmente in discussione, come quella di trasferire dai Paesi membri a una autorità comunitaria la delicata vigilanza dei mercati finanziari.