Luigi Lovaglio non è uno che si arrende. Lo dimostrò dieci anni fa in Polonia, quando guidava Pekao per conto del gruppo Unicredit. E poi si ripeté in quello che fu il suo esordio italiano da capo azienda, nel pieno dell’epidemia del Covid, quando rimase barricato per sei settimane nel quartier generale del Credito Valtellinese, a Sondrio, finché riuscì a venderlo al Crédit Agricole, portando il Financial Times a titolare il resoconto sulla piccola banca lombarda: One billion euro bank. Infine, Siena. La banca era fallita nel novembre del 2022. Nessuno in Italia era disposto a puntare due euro su una azione Mps. Oggi ne vale 12. E a Siena ha dimostrato anche molto altro: ha riportato in utile i conti, ha conquistato contro ogni pronostico la Mediobanca di Alberto Nagel, è riuscito con un incantesimo a costruire una maggioranza alternativa a quella che l’aveva sbattuto fuori dalla finestra, rientrando dalla porta principale. Trombe e tamburi: non ce ne sono molti così. Ma adesso?
Tormentato dal demone dell’indipendenza, che durante la permanenza a Siena si è in lui ulteriormente rafforzato, parlando con sindaco e contradaioli, Lovaglio sta affrontando la salita più difficile. Sogna di essere Pantani sull’Alpe d’Huez trent’anni dopo e di arrivare in cima alla montagna per costruire il terzo polo bancario nazionale, un gruppo da 80 miliardi di euro di capitalizzazione, mettendo assieme Montepaschi, Mediobanca, Banco Bpm e Banca Generali. Ma non deve battere Lance Armstrong o Jan Ullrich, bazzecole al confronto, stavolta deve vedersela con partecipanti alla corsa ben più strutturati e determinati: su tutti Intesa Sanpaolo, primo gruppo bancario italiano. Ma prima di arrivare al faccia a faccia con chi minaccia il futuro della banca senese, deve trovare un accordo con il gruppo che fa capo a Francesco Gaetano Caltagirone (13,5 per cento del capitale di Mps e 6,32 per cento in Generali) e con i francesi del Crédit Agricole. A volte sono stati avversari, a volte si sono comportati come se lo fossero: la loro conversione verso un progetto di «bene comune» è la prova del nove per l’amministratore delegato del Monte dei Paschi, che si è messo al centro della più importante partita di risiko bancario italiano.Inedito
Lovaglio venerdì scorso, dopo giornate di bufale e rumors, ha lanciato due offerte di scambio contestuali e parallele sulla totalità delle azioni delle quotate Banco Bpm e Banca Generali, una cosa mai vista in Italia e neppure negli altri principali mercati occidentali. Il tutto carta contro carta, nessun soldo sul tavolo, solo un grande progetto di crescita che permetterebbe al Monte dei Paschi di Siena di fuggire alla presa di Intesa Sanpaolo, ferma nel suo progetto presentato l’8 giugno che mira a comperare l’intero Mps pagandolo con azioni e una parte in contanti, prima di spezzarlo rivendendone una parte all’Unipol, che lo girerà alla controllata Bper.
Opporsi alla concretezza del piano di Intesa non è facile. Il sentiero individuato da Lovaglio è irto di ostacoli e di complicazioni. Il tempo è poco. Il consiglio di amministrazione convocato lo scorso giovedì, 20 agosto, ha evidenziato solo le più macroscopiche: l’astensione dal voto di quattro consiglieri eletti nella lista del consiglio di amministrazione uscente e sostenuta da Caltagirone. Il quinto, Corrado Passera, ha votato a favore, reclamando con i fatti l’indipendenza del proprio ruolo di consigliere e rivendicando la volontà di esaminare tutte le strade che possano portare vantaggio a Mps e ai suoi soci, tra cui lo stesso Caltagirone.Il nodo di Trieste
Sarà quindi l’assemblea dei soci, secondo le disposizioni della cosiddetta Passivity rule, a decidere il futuro di queste due operazioni, con convocazione fissata per il 29 ottobre, cinquanta giorni dopo l’assemblea dei soci di Intesa Sanpaolo, che il 10 settembre saranno chiamati a dare delega al cda per avviare l’operazione su Mps, che non prevede esborsi da parte dei soci per il pagamento della parte cash. Se le autorità di controllo daranno il via libera a Intesa, Lovaglio potrebbe trovarsi in assemblea davanti ai soci con l’offerta di Intesa già operativa, visto che a Ca’ de Sass contano di aprire l’offensiva tra la seconda metà di ottobre e i primi di novembre. Una complessità in più per Siena. A cui rimane, probabilmente solo una carta ulteriore da giocare. A inizio anno Lovaglio è riuscito a portare dalla sua parte la Delfin degli eredi di Leonardo Del Vecchio. Adesso deve provarci con Francesco Gaetano Caltagirone. Sarà lui probabilmente l’ago della bilancia. All’imprenditore romano interessa soprattutto Generali, di cui già controlla oltre il 6 per cento. Lovaglio cercherà di chiudere il più rapidamente possibile il processo di fusione e integrazione di Mediobanca in Mps, al fine di disporre di quella quota del 13,2 per cento di azioni Generali. Se il 4 per cento servirà a pagare una extra cedola ai soci (circa 2,63 miliardi di possibile ricavo, da dividersi per poco più di 3 miliardi di azioni in circolazione) Lovaglio si troverà con circa il 9 per cento del Leone ancora in tasca. Ed entro un anno dovrà scendere per legge sotto il 2 per cento. Ecco il deal che può cambiare tutto: cedere a Caltagirone quel 7 per cento in cambio del pieno appoggio ai due piani. Rimarrebbe poi da trovare un gentlemen agreement con i francesi del Crédit Agricole, ma il primo ripidissimo tornante dell’Alpe d’Huez sarebbe finito alle spalle.