24.06.2026

Competenze emotive, metà dei lavoratori si sentono soli

  • Il Sole 24 Ore

Competenze emotive, metà dei lavoratori si sentono soliBenessere. Il 73% le considera importanti per relazioni e produttività. In azienda un terzo non condivide le emozioni con il capo e l’80% si autocensura, secondo il barometro Mindex di Unobravo e Ipsos DoxaCristina Casadei

La rivoluzione tecnologica e l’Ai ci stanno insegnando che le competenze tecniche servono eccome, ma non più di quelle emotive. Tra i paradossi che stanno emergendo proprio mentre nelle aziende entrano gli umanoidi e si ragiona di team ibridi, con la presenza di agenti intelligenti, c’è proprio la risalita delle competenze emotive che sono sempre più un pilastro del business anche per i lavoratori stessi: il 73% le considera importanti per avere relazioni produttive. La metà, però, si sentono lasciati soli dalle aziende nell’affrontare questo bisogno che emerge con sempre maggiore forza. Per misurare lo stato delle relazioni al lavoro, il centro clinico internazionale e società benefit Unobravo ha realizzato insieme a Ipsos Doxa un vero e proprio barometro del benessere mentale degli italiani, il Mindex. Nel capitolo che riguarda il lavoro le interviste sono state fatte su un campione rappresentativo di 1.600 persone, tra marzo e aprile di quest’anno. Il quadro che emerge è piuttosto complesso. Vediamo.

Il ruolo del datore di lavoro

Oltre ai privati, di tutte le fasce di età, tra gli utenti di Unobravo, nei sette anni dalla sua fondazione ad oggi, ci sono stati quasi 300mila lavoratori, di 300 aziende medie e grandi che utilizzano i servizi di consulenza psicologica. «Le emozioni incidono direttamente sulla vita professionale: una quota significativa degli italiani fatica a gestire stress, conflitti e interazioni complesse sul lavoro. Solo una minoranza sente pieno supporto dalle organizzazioni per il benessere emotivo», spiega Danila De Stefano, fondatrice e amministratrice delegata di Unobravo che ha deciso di indagare il tema su vasta scala. In questo contesto emotivamente sfidante le aziende vengono percepite come assenti: «Metà dei lavoratori si sente sola. Il quadro si completa con la percezione del ruolo attivo mancato dei datori di lavoro sul fronte del welfare psicologico», osserva De Stefano. Solo l’8% dei dipendenti riconosce la presenza di politiche aziendali o iniziative concrete volte a supportare attivamente l’espressione emotiva, il 51% (oltre la metà del campione) giudica il supporto della propria azienda scarso o del tutto assente e un ulteriore 29% rileva una teorica attenzione al tema da parte dei vertici, a cui però non seguono azioni concrete.

Le competenze emotive

Produttività, motivazione, qualità delle relazioni. Dietro ciascuno di questi tre parametri, tutti misurabili, ci sono quelle che De Stefano chiama «le competenze emotive», che «sono anch’esse un fattore strategico per fare crescere il business, ma le aziende non se ne prendono cura abbastanza ci dicono i dati e la nostra esperienza sul campo». Sul lavoro, tra i dati chiave della ricerca, le competenze emotive emergono come il nuovo pilastro del business. Per la stragrande maggioranza dei lavoratori, infatti, l’intelligenza emotiva è una competenza strategica: il 73% degli intervistati considera le competenze emotive come “molto” o “estremamente importanti” per costruire buone relazioni professionali. «Un segnale chiaro – interpreta De Stefano – che dovrebbe spingere i dipartimenti delle risorse umane a investire sempre più nello sviluppo delle soft skill oltre alle competenze tecniche per favorire un maggiore benessere al lavoro e relazioni più sane». Tutto questo ha ricadute sulle relazioni, intese sia in verticale che in orizzontale.

La gerarchia che frena

Il capo? Quasi sempre bravissimo e capace, quando se ne deve parlare con chi lo conosce e in pubblico, ma poi nei momenti liberatori, soprattutto al di fuori del contesto professionale, la versione si trasforma. La valutazione più critica da parte dei lavoratori riguarda proprio i leader ed evidenzia una distanza molto forte. «Il dialogo verticale si conferma uno dei nodi psicologici più complessi da sciogliere», sostiene De Stefano. Tre dipendenti su 10 (30%) dichiarano di evitare la condivisione di emozioni e sentimenti con il proprio superiore diretto o di sentirsi quasi sempre a disagio nel farlo, percependo la gerarchia come una barriera, mentre il 42% si sente abbastanza tranquillo a condividere questioni personali con il capo e di questi solo un 10% non si fa alcun problema.

L’autocensura

Dai dati che sono emersi dal barometro Mindex solo un lavoratore su sei si sente davvero libero e tutti gli altri si autocensurano nelle azioni e nell’espressione delle opinioni. «Nonostante la consapevolezza del valore che ha, esprimere ciò che si prova in ufficio rimane complesso», evidenzia De Stefano. Dalle risposte solo il 16% dei lavoratori dichiara di sentirsi completamente libero di manifestare le proprie emozioni al lavoro, il 40% è la quota di chi si esprime con estrema attenzione, il 30% dichiara che la possibilità di aprirsi dipende fortemente dal contesto e dalle persone e il 14% ammette apertamente di trattenersi o di non mostrare affatto le proprie emozioni, segnalando un clima aziendale ancora percepito come poco aperto. L’autocensura non è priva di un impatto sul clima aziendale ed è fonte di tensioni frequenti. «La mancata gestione della sfera emotiva ha ricadute dirette sulla salute relazionale dei team», interpreta De Stefano. Così il 61% dei lavoratori nota che all’interno del proprio ambiente lavorativo le persone hanno difficoltà a gestire le emozioni almeno “ogni tanto” (45%) o “frequentemente” (16%), quasi 1 dipendente su 2 (49%) afferma che queste difficoltà creano “spesso” o “molto spesso” veri e propri problemi e tensioni nelle relazioni lavorative, intaccando la collaborazione. Solo il 15% ritiene che si tratti di dinamiche rare o assenti.