Gli Stati europei hanno il diritto di riconoscere una equa remunerazione agli editori dei giornali e dei siti. Il compenso dovrà essere pagato dalle piattaforme che utilizzano in Rete i contenuti proprietà di questi editori.
La Corte di Giustizia dell’Ue ribadisce questo principio nella sentenza che respinge il ricorso di Meta (Facebook) contro il Garante italiano delle comunicazioni (l’AgCom). Meta aveva impugnato, davanti alla Corte Ue, il regolamento del Garante italiano che stabilisce come determinare e attribuire agli editori e alle redazioni l’equo compenso. Per i giudici, il regolamento è compatibile con le norme comunitarie che stabiliscono il diritto a una remunerazione degli editori già nella Direttiva sul diritto d’autore del 2019 (poi recepita in Italia dal 2021).
La Corte ammette, è vero, che il regolamento del Garante italiano limita la libertà d’impresa delle piattaforme web. Ma la limitazione è «giustificata e proporzionata» perché permette il corretto funzionamento del mercato del diritto d’autore. Il regolamento italiano, in sintesi, instaura un giusto equilibrio tra le prerogative delle piattaforme digitali e la proprietà intellettuale dei contenuti editoriali. Un simile scenario tutela, infine, il pluralismo del media.
Sul piano operativo, la sentenza conferma che le piattaforme web sono tenute a negoziare con gli editori un equo compenso; non possono limitare la visibilità dei siti editoriali durante le trattative; e devono condividere tutti i dati necessari al calcolo puntuale della giusta remunerazione. Solo le piattaforme, d’altra parte, hanno questi dati. La loro condivisione, quindi, è il presupposto per una negoziazione vera con gli editori che non possono giocare la partita alla cieca, in condizioni di inferiorità.
Alla pubblicazione della sentenza, un portavoce di Meta dà una lettura diversa del provvedimento. A suo parere, le piattaforme web non devono niente agli editori «quando non utilizzano pubblicazioni giornalistiche». E ancora: «Collaboreremo in modo costruttivo quando la questione tornerà davanti ai tribunali italiani».
Invece gli editori dei giornali della Fieg esprimono «grande soddisfazione per la decisione che riconosce la compatibilità con il diritto europeo della normativa italiana. La Corte tutela l’informazione professionale nell’ecosistema digitale – spiega il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti – Viene riconosciuto un principio essenziale, dunque: i contenuti editoriali hanno un valore economico e democratico che non va ignorato né utilizzato senza un’equa remunerazione. L’auspicio è che i principi affermati dalla Corte trovino ora piena applicazione, sbloccando le trattative pendenti e favorendo relazioni trasparenti ed equilibrate tra editori e piattaforme digitali».
Per Laura Aria e Antonello Giacomelli, commissari AgCom, «siamo a un passaggio di rilievo per la costruzione di un ecosistema digitale più equilibrato, nel quale i diritti degli editori e la sostenibilità dell’informazione trovino tutela». Ecco Massimiliano Capitanio, anche lui commissario Agcom: «La sentenza è scontata, ma epocale. Ribadisce che il lavoro giornalistico va pagato, lasciando intatta la libertà delle parti di negoziare sul prezzo. Usciamo dalla logica
anacronistica dello scontro con le piattaforme per sottolineare che l’informazione di qualità fa bene a tutti». Federico Mollicone, Fratelli d’Italia: «Oggi il nostro sistema editoriale ha vinto».