13.04.2026

L’imbuto di Hormuzil vero impatto: giù gli investimenti

  • Il Corriere della Sera

Chiude, riapre, richiude. La fisarmonica dello Stretto di Hormuz rischia di avere un impatto sulle aziende italiane che va oltre il prezzo dell’energia. Favorisce infatti l’incertezza, la frenata degli investimenti. Gli imprenditori cominciano a dirlo a mezza voce, gli analisti lo confermano.

«La volatilità dei prezzi del gas naturale sul mercato di scambio ufficiale rimarrà sostenuta — dice Alberto Prina Cerai, ricercatore all’Osservatorio di geoeconomia Ispi — . Questo può avere un impatto strutturale sulla competitività delle aziende: sia per le energivore, visti i prezzi dell’elettricità già più alti che altrove, sia per effetti su altre commodity non energetiche. Potrebbero rallentare gli investimenti. Una soluzione? Contratti di fornitura energetica di lungo termine».

«Il mercato in effetti sta rallentando — dice Fabio Nocentini, vicepresidente esecutivo della Savino Del Bene, che con 2,9 miliardi di fatturato nel 2025 è uno dei grandi gruppi del trasporto merci, il “re dei container” — . L’abbiamo visto anche con la guerra in Ucraina, queste situazioni generano incertezza. Difficile decidere di aprire nuove fabbriche o attività se il flusso delle merci si riduce».

Hormuz è il canale di transito per elezione dal Medio Oriente all’Occidente del petrolio e del gas liquido. La sua chiusura ha determinato l’impennata dei prezzi del barile: punisce le imprese energivore, ma non solo.I settori

«Secondo Un Global Platform — dice Andrea Montanino, capo economista di Cdp —, nella settimana di Pasqua sono passate in media otto navi al giorno da Hormuz. Prima della guerra di Usa e Israele all’Iran erano 130. Anche se la tregua avesse effetto, difficilmente si tornerà a un traffico regolare. È colpito chi fabbrica acciaio, carta, alluminio, fertilizzanti, i semiconduttori per la dipendenza dall’elio, che in buona parte viene dal Qatar» (serve al raffreddamento, era prodotto nell’impianto di Ras Laffan attaccato dagli iraniani).

Ma soffrono anche «la chimica, la farmaceutica, la moda, tutti i prodotti che partono da e per gli Emirati», dice Nocentini, che sottolinea il rincaro dei costi di trasporto delle merci: «L’impatto bellico nell’ultimo mese ha già causato un aumento del 20% dei costi. Questa nuova crisi si inserisce in un quadro geopolitico generale già complesso». È chiaro, poi, che i maggiori costi vengono in parte trasferiti sui clienti. Diversi operatori del settore, che subiscono gli aumenti del prezzo del carburante, hanno previsto incrementi dei listini sui trasporti terrestri, marittimi, aerei.

Proprio mentre molte imprese stavano riguadagnando fiducia e rimettevano mano ai piani industriali lasciati in sospeso, insomma, ora sono costrette a pazientare, in un quadro dove già la produzione industriale era in calo (-0,6% annuo nel gennaio 2025-’26, Istat) e l’energia rincarava (+10,4%).

«Abbiamo attivato i nostri piani di continuità aziendale — fanno sapere da StMicroelectronics, a proposito della carenza di elio — . Seguiamo attentamente la situazione con i nostri partner, fornitori e clienti».Le alternative

Una certa resilienza, però, rimane. Mapei ha una base negli Emirati Arabi dal 2007, con 200 persone. Ora è rallentata sul mercato interno e nelle esportazioni. «Ma sono ancora iper positiva sullo sviluppo dell’area — dice Veronica Squinzi, ceo con il fratello Marco e azionista —. Il Medio Oriente sta affrontando un periodo di innovazione e sviluppo delle infrastrutture, dovrà proseguire. Ci sono, certo, grossi problemi di logistica e difficoltà nella fornitura di materie prime. Noi siamo nel business dell’edilizia con alto consumo energetico, ci vediamo frenati. Il porto di Dubai era strategico, siamo legati a Hormuz. Ma con il nostro team regionale stiamo studiando alternative». Al di là dello stretto, per esempio, c’è il porto di Khor Fakkan, nel piccolo emirato di Shariah, poco usato finora. Dice Squinzi: «Lo abbiamo valutato, poi è stato destinato al trasporto dei beni di prima necessità. Ci stiamo rivolgendo a Gedda».

Manovre necessarie nei Paesi del Golfo dove, nota Montanino, «l’export italiano è cresciuto di più negli ultimi anni: +7,2% nel 2024-’25 contro il +3,3% generale». E dove all’inizio della guerra con l’Iran c’è stata confusione. Molte navi mercantili in transito, visti i rischi e i costi assicurativi altissimi, hanno dichiarato subito il “fine viaggio”, abbandonando i container là dove si poteva. «Ne abbiamo raccolti in tutta la zona — dice Nocentini —. Alcuni sono stati rimandati al mittente, altri dirottati su altre destinazioni».

Comunque, gli imprenditori reagiscono. «Il rallentamento degli investimenti è abbastanza naturale in queste situazioni — dice la ceo di Mapei, che prevede nel 2025 ricavi in aumento dai 4,4 miliardi del 2024—. È un momento di prudenza. Ma noi continuiamo a guardare avanti. Si deve investire sempre sul medio-lungo periodo, soprattutto se c’è un rallentamento. Le aziende familiari hanno la catena decisionale corta, possono reagire in fretta».