La scalata di Mps a Mediobanca è compiuta. Ma la “scalatina” a Generali resta da interpretare.Perché se nel primo caso c’è un’operazione da 13,5 miliardi sul mercato, nel secondo non c’è Opa od Ops, né cambio di controllo. Cambierà solo il “manico” che regge il 13,2% dell’assicuratore triestino, quota sempre decisiva per i suoi equilibri e che cinque mesi fa consentì a Mediobanca di rinnovare il vertice guidato da Philippe Donnet, battendo la lista rivale di Caltagirone e Delfin. Lo stesso duo che, ripartendo da Siena, ora conquista l’ex “salotto buono”. In queste ore di consulti – anche ieri i vertici Mps erano in trasferta a Roma – si gioca pure il destino dei titoli Generali che Mps erediterà. Un pacchetto cruciale, non perché vale un 20% dell’utile di Mediobanca, ma perché saldato alle quote dirette di Delfin (10%), Caltagirone (6,3%), Benetton (4,8%), forse Unicredit (5%)blinderebbe il controllo della gestione triestina nelle mani di Francesco Gaetano Caltagirone e di Francesco Milleri, che da cinque anni provano a scardinare gli assetti costruiti da Alberto Nagel (ad di Mediobanca presto dimissionario) intorno al sodale triestino Donnet.
Tuttavia, perfino negli ambienti governativi e istituzionali della Capitale si teme la concentrazione di potere sulla filiera che porta al Leone, scrigno grande con 800 miliardi di euro in gestione. Risulta da fonti finanziarie che la premier Giorgia Meloni vedrebbe con favore una «istituzionalizzazione dell’azionariato di Generali », per evitare troppa concentrazione di potere in questo snodo della finanza italiana. L’agnosticismo strategico di Luigi Lovaglio, ad dei senesi, può fare al caso. Più volte, dal lancio dell’Ops a gennaio, il banchiere s’è detto poco interessato al 13% di Generali, definendola una volta «nice to have» ,un’altra un orpello che «gonfia la capitalizzazione e gli utili di Mediobanca distraendola dalle sue attività». Questa visione ora farà i conti con quella dei primi tre azionisti di Mps, che in caso di adesioni finali all’Ops attorno al 70% (dal 62,3% attuale) saranno Delfin al 26%, Caltagirone al 15,3% e il Tesoro diluito al 5,4%. I due soci privati non sono inclini a ridurre il peso di Mps nel Leone, dove hanno puntato diversi dei 15 miliardi da loro investiti nella finanza nostrana, e di cui hanno cari gli equilibri. Mentre il Tesoro vede con favore la blindatura in mani italiane di Generali, magari mani più diversificate. Sarà il prossimo dialogo tra Lovaglio e i tre azionisti a disegnare la nuova “istituzionalizzazione” triestina. E si vedrà se sarà di tipo statico, conservando i pesi attuali ma con la notevole sostituzione della Mediobanca di Nagel con quella di Lovaglio, o se ci saranno limature di quote da parte di Mps(o di Delfin: alcuni eredi Del Vecchio vorrebbero monetizzare) per inserire nel nocciolo duro nuovi soci fidati. Qui tornano i soliti due nomi delle grandi banche italiane. Sia Unicredit, entrata in Generali in primavera schierandosi con Caltagirone e Delfin sulle nomine, e poi dalla loro parte anche nell’Ops a cui ha consegnato il suo 2% di Mediobanca. Sia Intesa Sanpaolo, che già nel 2017 provò a scalare il Leone.
Tra l’altro l’ingresso delle due banche potrebbe essere incentivato da accordi nel risparmio o nella bancassurance, tutti da costruire e comunque alternativi a quello coi francesi di Natixis, che non piace a nessuno dei nuovi protagonisti e con buona probabilità sarà ripensato dal cda di Generali. Anche da ciò dipenderà la solidità del consiglio eletto con la “lista Mediobanca” in aprile. Ma di una Mediobanca che ormai non esiste più.