L’Italia si colloca all’ultimo posto in Europa, con una percentuale di coinvolgimento del 4%, rispetto all’attaccamento al posto di lavoro e al sacrificio, a fronte di una percentuale media, a livello globale, del 21%. Negli Stati Uniti almeno la metà dei lavoratori è composta da “quiet quitters”, ossia da lavoratori che si impegnano il minimo indispensabile, mentre l’Europa è ultima tra i continenti per coinvolgimento sul lavoro, con una percentuale del 14%. A delineare tale scenario è l’indagine State of the global workplace 2022 curato dalla società di analisi e consulenza Gallup e richiamata nel white paper «Quiet quitting: perché la cultura del sacrificio sul lavoro non fa più breccia» di Twenix, piattaforma per migliorare l’inglese che ha elaborato un approfondimento interamente dedicato al tema. La locuzione quiet quitting, ossia le dimissioni silenziose che caratterizzano l’atteggiamento di coloro che lavorano attenendosi alle mansioni previste dal proprio contratto, rifiutando tutto ciò che esula da queste, assume un ruolo sempre più importante negli scenari lavorativi, in cui si rileva un diffuso senso di frustrazione correlato al lavoro. Disagio già messo in luce dall’altro fenomeno della great resignation, ossia le dimissioni di massa verificatesi a partire dal 2021. Scenari che inducono a ripensare la cultura del sacrificio sul lavoro e a ricercare un migliore equilibrio tra vita privata e impiego. Come si legge nel paper, in base a quanto emerge dal Randstad Workmonitor, il 95% dei lavoratori considera la compatibilità con la vita privata l’aspetto più importante sul lavoro, al pari della retribuzione. «Il paradigma lavorativo tradizionale è stato totalmente ribaltato», commenta Beatriz López Arredondo, head of people in Twenix, «fino a poco tempo fa, nel mondo del lavoro si valorizzava il concetto dello sforzo, ma soprattutto del sovraccarico: era così ben visto che, nonostante non fosse ricompensato a livello economico e con possibilità di crescita interne all’azienda, veniva totalmente accettato. Oggi tutto questo è cambiato, si dà valore ai risultati, all’impegno, alla proattività e a tanti altri aspetti che hanno a che vedere con il vero impatto che hanno le persone all’interno delle organizzazioni». Come sottolineato nel focus, ad essere meno disposti a scendere a compromessi sul lavoro sono, in particolare, i Millennials e la Generazione Z, giovani costretti a confrontarsi con un mercato del lavoro che dà loro scarse prospettive di stabilità e opportunità di crescita e inclini, perciò, a cercare la realizzazione personale anche in altri aspetti dell’esistenza. «Il management oggi sta cambiando, dobbiamo capire le preoccupazioni, le motivazioni e gli equilibri dei nostri team, la voglia che hanno di continuare a crescere, il loro stato di maturità e le loro priorità di formazione», aggiunge Arredondo, «le aziende devono creare spazi, dinamiche, progetti e avanzare proposte per conoscere lo stato psico-fisico-emozionale dei propri lavoratori. Opzioni che includono, naturalmente, percorsi educativi e di formazione: le grandi imprese e multinazionali hanno sempre offerto benefit, ma sempre più aziende piccole, medie o startup si stanno muovendo in questo senso, proponendo possibilità di home office, flessibilità oraria, un piano di wellbeing aziendale». Wellbeing che passa anche attraverso la formazione, aspetto fondamentale sia per le aziende, che sentono l’esigenza di una forza lavoro pronta ad adeguarsi a un mercato in continua evoluzione, che per i dipendenti.
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