07.09.2026

Utility, scossa al pil con la filiera green. Crescita su del 10%

  • Il Corriere della Sera

Il Big Ben ha detto stop. Se Enzo Tortora fosse ancora vivo annuncerebbe così, come in Portobello, che il tempo è scaduto. E il Big Ben per l’economia italiana è stato il 30 giugno di quest’anno, data della deadline per concludere i progetti finanziati dal Pnrr. Forse ce lo siamo già un po’ dimenticato questo Piano nazionale di ripresa e resilienza che ha assegnato all’Italia la maggior parte di fondi tra tutti i Paesi Ue, 194,4 miliardi tra contributi a fondo perduto (meno) e prestiti a tasso agevolato, pari a circa il 9,1 per cento del Pil nazionale.

Con l’ultima rata, abbiamo incassato 166 miliardi per finanziare investimenti pubblici che avevano l’obiettivo di rilanciare la crescita e la produttività. Il Big Ben è una campana, anzi un campanello d’allarme. Senza gli investimenti legati al Pnrr, il Pil italiano sarebbe in calo già dal 2024. In una parola: recessione. Lo dicono le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio e del ministero dell’Economia e delle Finanze, oltre che molti osservatòri e studi.

L’ultimo a puntare i riflettori è il paper «Investire per competere. Il contributo delle utility a sviluppo e occupazione del Paese» realizzato da Teha Group con A2a e presentato venerdì scorso a Cernobbio. «Non dobbiamo sottovalutare la fine del Pnrr — commenta l’amministratore delegato di A2a Renato Mazzoncini —. Dpo la grande corsa a concludere i progetti entro la fine del primo semestre in linea con il requisito di Bruxelles, le commesse del Piano sono finite».

Come tenere in moto il volano? Dagli investimenti pubblici arriveranno quelli privati? Teha Group e A2a stimano che il settore Energy & Utility potrà investire 315 miliardi nei prossimi dieci anni, per un totale di 825 miliardi al 2050. I dati sono frutto dell’elaborazione degli scenari Terna-Snam, delle proiezioni del Pniec e dei piani industriali dei principali operatori di ogni settore regolato. «Si tratta di cifre molto grandi — commenta Mazzoncini — che il settore è in grado di mettere a terra perché non ha problemi di accesso al credito, è capitalizzato a sufficienza per fare investimenti che hanno un ritorno sul lungo periodo anche per il sistema-Paese. Gli investimenti delle utility generano crescita sostenibile e competitività duratura poiché si concentrano in infrastrutture strategiche a partire da energia ed acqua: contribuiscono ad avere strutturalmente un Paese più competitivo».Spinta allo sviluppo

Gli investimenti del settore rappresentano una bella fetta del totale: circa 33 miliardi all’anno equivalgono al 9% del totale della media degli investimenti nazionali lordi del decennio 2016-2025. Grazie all’attivazione delle filiere industriali, ogni euro investito genera ricadute economiche complessive (dirette, indirette e indotte) pari a oltre quattro volte, configurandosi come motore di sviluppo che contribuirà ad aumentare del 10% la crescita annua del Pil fino al 2050. E c’è un vantaggio supplementare: non solo quantità ma anche qualità della crescita. Gli investimenti sono distribuiti su generazione rinnovabile e nucleare, flessibilità, infrastrutture elettriche e gas, data center, teleriscaldamento, ciclo idrico integrato, trattamento dei rifiuti e biometano. Quindi transizione.

«La sfida — commenta il presidente di A2a Roberto Tasca — non è tornare a crescere, ma scegliere come farlo. Il settore Energy & Utility è il punto in cui la just transition incontra la politica industriale. Gli investimenti del comparto potranno favorire la riduzione delle emissioni di CO2 del 36% al 2050 e ogni euro investito potrà generare un impatto economico pari a 4,1 volte il valore iniziale. Valorizzare questo potenziale significa sostenere la competitività ma anche lo sviluppo sostenibile dell’intero sistema-Paese».

Volano economico che dura nel tempo e decarbonizzazione, dunque, ma sappiamo che i capitali privati per la transizione finiscono in bolletta perché si tratta di investimenti a mercato o ripagati sotto forma di attività regolate in base a una tariffa stabilita dall’Arera. «Vero – analizza Mazzoncini – ma siccome vanno nella direzione dell’efficienza energetica, alla fine il saldo sarà positivo anche per la singola famiglia».

Una maggior efficienza dei consumi energetici (elettrici e combustibili fossili) consentirebbe a una famiglia di risparmiare fino a circa mille euro all’anno nell’ipotesi full electric. Nel settore industriale la riduzione del costo dell’energia elettrica generato dall’incremento delle rinnovabili si tradurrebbe in circa 80 miliardi di risparmi cumulati al 2050. Poi, in un periodo in cui la situazione geopolitica ci ricorda che siamo dipendenti dall’import di gas e petrolio e che i prezzi dell’energia si impennano con i conflitti, si ritorna all’obiettivo di un altro piano europeo: il RepowerEu. Gli investimenti delle utility contribuirebbero ad aumentare progressivamente il livello di autonomia energetica italiana dall’attuale 26% al 49% nel 2035, fino a raggiungere l’81% nel 2050, riducendo la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e l’esposizione alla volatilità delle commodity.