Tre “no” secchi ricevuti in una settimana non sono pochi, anche per il 31enne Leonardo Maria Del Vecchio (Lmdv). Dopo i rifiuti dei soci de Il Fatto quotidiano a vendere il loro giornale e del fratellastro Rocco Basilico a cedere il suo 12,5% di Delfin, ieri sera è arrivato anche il no di 4 soci su 6 alla richiesta di sedersi al tavolo per trattare la vendita del 62,5% della holding di famiglia. Così richiedeva la lettera informale che Lmdv ha fatto arrivare domenica agli 8
azionisti di Delfin, giudicata dagli stessi molto vaga, senza un punto fermo, e anche meno strutturata rispetto a quella che il produttore di armi ceco Michal Strnad aveva inviato, sempre alla Delfin, settimana scorsa. L’unico comun denominatore tra le due proposte è il valore attribuito alla finanziaria lussemburghese, circa 30 miliardi, a sconto del 30% rispetto al Nav (il valore patrimoniale netto delle partecipazioni). Un prezzo a cui nessuno degli attuali soci vuol vendere, neanche se ci fosse un compratore con le credenziali giuste: né Strnad né Lmdv sono stati giudicati tali.
Soprattutto non sembra esserci la dovuta copertura finanziaria nella lettera inviata da Lmdv. Si parla genericamente di una disponibilità del colosso americano Citi a discutere di un eventuale finanziamento nel caso si raggiungesse un accordo di vendita di 6 soci su 8 (il 75%, incluso lo stesso Lmdv). Ma assolutamente nessun impegno formale. Viste le prime risposte negative da parte dei soci già domenica sera, Lmdv ha poi deciso di pubblicare la sua lettera sui suoi giornali appena acquistati (Qn, Il Giorno, Il resto del Carlino, La Nazione), fatto che ha irritato ancor di più gli altri soci di Delfin. E così Luca, Clemente, Paola Del Vecchio, Rocco Basilico, con il loro 50% del capitale di Delfin, hanno deciso di far recapitare un formale rifiuto. Vanificando così il potenziale raggiungimento della soglia del 75% del capitale
richiesta da Citi per avviare le discussioni. Inoltre anche Marisa e Claudio Del Vecchio, a quanto risulta, sono dello stesso parere anche se non hanno firmato la lettera con gli altri quattro soci. L’unica a non essersi espressa è la madre di Lmdv Nicoletta Zampillo, negli ultimi tempi sempre sostenitrice delle inizitive del figlio di secondo letto.
Secondo ricostruzioni attendibili Lmdv aveva intavolato discussioni con la filiale del private banking di Citi a Ginevra per rifinanziare la propria esposizione debitoria che ammonta a circa 1,3 miliardi. E poi, ricevuta una generica disponibilità anche a comprare un altro 12,5%, si sarebbe rivolto al quartier generale della banca a New York per vedere se erano disposti a fare ancora di più. Di qui la sua lettera con una generica disponibilità (nessuna delibera è stata presa) ma senza indicare le condizioni.
Dunque non ci sarà nessun incontro tra i soci di Delfin il 7 novembre, come auspicato da Lmdv nella missiva. E neanche singolarmente, visto che al momento non c’è disponibilità di alcun socio a incontrare Lmdv. Tutto al momento resta bloccato ai piani alti di EssilorLuxottica dove affluiscono i dividendi della stessa Essilux, e delle partecipazioni finanziarie in Mps (17,6%), Generali (10,1%), Unicredit (2,7%) e Covivio (28%). Con questi introiti la Delfin macina circa 1,5 miliardi di utile all’anno che al momento restano in cassa e vanno ad abbattere l’indebitamento. Con il bilancio 2026, che sarà in approvazione a maggio 2027, i debiti saranno praticamente azzerati e verrà distribuito un dividendo minimo del 10%, circa 15 milioni a testa per gli otto soci. Che ad alcuni di loro bastano per vivere, ad altri no.
L’unico appuntamento sicuro è per fine marzo quando i soci Lmdv, Clemente Del Vecchio e Rocco Basilico potranno trasferire le loro partecipazioni, pari al 12,5% a testa, a delle scatole finanziarie personali. Le azioni di queste scatole potranno essere offerte alle banche a garanzia di prestiti, ma si tratterà di garanzie illiquide in quanto i pacchetti di azioni Delfin ivi contenuti non possono essere alienati se non con il consenso degli otto soci.
03.11.2026
Lmdv, offerta su Delfin valutata 30 miliardi ma c’è il no di 4 fratelli
- La Repubblica

