La cordata italiana dell’acciaio è pronta a sfilarsi dalla partita dell’ex Ilva. Ufficialmente le 15 aziende del settore siderurgico che ad agosto scorso, sotto la guida del presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, avevano presentato una manifestazione d’interesse, stanno ancora discutendo. A pochi giorni dalla scadenza del termine per la presentazione delle offerte vincolanti, fissata per l’8 novembre, le indiscrezioni su una possibile rinuncia si fanno sempre più insistenti. I dubbi sulla fattibilità dell’operazione sarebbero diventati sempre più consistenti dopo la due diligence sugli impianti. Gran parte delle aziende che hanno aderito
alla cordata considererebbe la sfida economicamente fuori portata. Salvo ripensamenti, non sarà presentata alcuna offerta. All’iniziativa guidata da Federacciai, come si ricorderà, hanno aderito fra gli altri, Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame e Lucchini. Nella manifestazione di interesse presentata ad agosto, Federacciai aveva chiarito che le imprese
puntavano a ciò che sta a valle delle bramme, laminatoi a caldo compresi, ma non agli altiforni e alle acciaierie a colata continua. Lo spegnimento dell’area a caldo, confermato in via definitiva dalla Cassazione, sembrava poter spianare la strada a questo progetto. Le verifiche sullo stato degli impianti, ormai a fine ciclo e tarati su un modello di produzione che non esiste più, hanno invece raffreddato l’interesse.
Senza la cordata italiana, resterebbe in campo Jindal Steel International. Il gruppo indiano punta a una mini-Ilva senza ciclo integrale, con al massimo 3-4mila occupati, meno della metà degli attuali addetti. Al momento, però, non ha ancora formalizzato un’offerta vincolante. Resta da capire che cosa farà Flacks Group. Il fondo che fa capo a Michael Flacks non ha mai convinto sotto il profilo finanziario i commissari di Ilva spa e Acciaierie d’Italia, ma potrebbe
presentare una propria offerta, anche limitata al solo patrimonio immobiliare. Sullo sfondo resta pure l’ipotesi di una proposta di Arvedi. L’unica certezza, al momento, è proprio l’incertezza. La situazione potrebbe ridare slancio
all’ipotesi di uno “spezzatino”, ossia la vendita di singoli asset. La soluzione, cui si oppongono i sindacati a livello nazionale, ha fatto più volte capolino sia nei vari incontri sia romani sia a livello territoriale. Molti fra i lavoratori di Genova, Cornigliano e Novi Ligure, sostenuti dalle istituzioni locali e anche da alcuni rappresentanti sindacali locali, sono convinti della necessità di separare il loro destino da quello di Taranto.
Nell’immediato, però, c’è l’aumento della cig. Venerdì prossimo al ministero del Lavoro si terrà l’esame congiunto della richiesta di cassa integrazione straordinaria per un massimo di 8.622 dipendenti, in pratica 9 su 10 dei 9.626 di Acciaierie d’Italia. A Taranto i lavoratori coinvolti potrebbero salire a 6.964 su 7.875; a Genova-Cornigliano la richiesta potrebbe riguardare fino a 870 lavoratori su 915. Nella manovra che sta per iniziare l’iter di approvazione alla Camera
sono previsti ulteriori 15 milioni per finanziare la cig.

