La saga del Monte dei Paschi riprende sul palco dove nelle ultime settimane era ambientata, con toni di dramma acuiti dalla gestione della nuova governance. Quel palco è il consiglio di amministrazione, che si insedia in queste ore secondo la volontà della maggioranza dei soci che il 15 a Siena ha punito la lista del cda uscente e riaffidato il comando a Luigi Lovaglio, l’ex ad licenziato un mese fa per essersi fatto alfiere della lista rivale di Plt Holding. Dall’effettivo funzionamento del nuovo cda, per nulla scontato vista la conflittualità recente che ha condotto al culmine assembleare, dipenderà la messa a terra del piano strategico al 2030, da cui passano 16 miliardi di dividendi in cinque anni, l’aumento dell’utile netto da 3 a 3,7 miliardi nell’arco di piano e il grado di allineamento di Mps e Mediobanca (destinate alla fusione entro l’autunno) con Generali, che ha nella banca fondata da Cuccia il primo azionista con il 13,2%.
Equilibri da rifare in cda
La prima mossa, cruciale, è pacificare il cda senese. Che è più facile a dirsi, data la contesa tra i membri uscenti e il banchiere che dal 2022 ha trasformato un marchio pericolante nella capogruppo della “Galassia del Nord” finanziario, che da Mediobanca scende sul Leone di Trieste. I 15 eletti sono in gran parte nuovi: ma se la tenue maggioranza (otto) fa capo agli sfidanti, ben sei provengono dalla lista del cda, arrivata al contenzioso con Lovaglio. Anche la consigliera confermata da Assogestioni, Paola De Martini, di recente si è sempre – e radicalmente – schierata contro l’ex ad. Lovaglio ad assemblea finita ha detto che lavorare nel nuovo organo sarà «assolutamente facile perché è molto qualificato, sarà molto interessante e potrò imparare anche cose nuove». Ma è una frase che si comprende meglio ricordando che l’ultimo cda senese quest’anno si è schierato più volte contro il capoazienda frenandone le
strategie, anche per l’emersione dei conflitti latenti con il presidente Maione e con altri consiglieri, mai coinvolti o valorizzati da un manager che fin dal 2022 ha dialogato principalmente con il Tesoro socio forte e, in seguito, con gli investitori del mercato a cui il Tesoro ha ceduto quote azionarie.
Il «rischio balcanizzazione» del nuovo cda, evocato da uno dei tanti legali della banca a margine dell’assemblea, è reale. I soci hanno identificato la continuità gestionale con il manager che dal 2022 ha tolto Mps dalle secche e l’ha rilanciata, mentre il valore in Borsa quadruplicava. Tuttavia, martedì un 25% del capitale si è schierato con la lista del cda: tra cui Caltagirone, socio più che forte e con rilevanti interessi e visioni anche in Generali. E proprio il modo in cui lo statuto Mps ha recepito la legge Capitali – che Caltagirone auspicava per scardinare il potere dei manager in Mediobanca e Generali e qui applicata per la prima volta – assegna alle minoranze del nuovo cda più seggi.
L’unica certezza, per ora, è che le deleghe esecutive andranno a Lovaglio: il che tra l’altro mette in dubbio la presenza di Palermo, candidato come ad dagli uscenti. Il numero uno di Acea, in scadenza nella società dei servizi di Roma, dovrà quantomeno scegliere se restare consigliere di “opposizione” a Siena o continuare a farlo in Generali (i due ruoli non sono compatibili). Altre tre cariche che il cda si trova a dover assegnare sono la presidenza e le due vicepresidenze Mps, che mercoledì l’assemblea non ha affrontato per l’inatteso ribaltone, che ha indotto il capo della lista del cda Maione, presidente dal 2023, a «ritirare doverosamente» la disponibilità all’eventuale conferma. La lista dei vincitori, sulla carta, ha candidato Cesare Bisoni per la presidenza, un ruolo che l’esperto docente emiliano già svolse in Unicredit. Se il cda andasse alla conta, gli otto consiglieri di Pierluigi Tortora potrebbero imporne la nomina:
a meno che Bisoni non trovi accoliti tra i consiglieri di opposizione, o non voti per sé stesso, pratica poco elegante ma consentita dal Codice civile, che dispone di dichiarare un eventuale interesse degli amministratori nel voto, ma non di astenersi.
Anche per questi motivi non è da escludere un’alternativa di mediazione sul presidente, o almeno su uno dei due vice: magari pescando tra gli eletti della lista giunta seconda un profilo papabile come Flavia Mazzarella, Corrado Passera o Paolo Boccardelli. Anche la composizione dei 15 potrebbe cambiare, perché oltre a Palermo sembra incerta la permanenza in cda di Maione, dopo le battaglie con Lovaglio e la sua lista delle ultime settimane. Nel passo indietro
di un consigliere, la legge prevede che subentrino i membri della sua lista nell’ordine pubblicato: per la lista del cda era quello alfabetico, quindi i primi esclusi sono Gianluca Brancadoro e Alessandro Caltagirone. Nome di peso l’ultimo, scartato nel voto ma che rientrerebbe con due forfait di colleghi di lista eletti. Il consiglio dovrà poi formare i comitati
interni, e anche questo sarà un esercizio di equilibrio arduo, dato che la legge attribuisce ruoli rilevanti ai consiglieri “indipendenti”.
Il Piano 2030 e il risiko
Comunque vada, le prime mosse gestionali riguarderanno la piena integrazione con Mediobanca, approvata dai cda di Mps e Piazzetta Cuccia il 10 marzo, che verso l’estate andrà al voto dalle due assemblee straordinarie per portare al delisting della preda in autunno e compiersi entro fine anno. Su questa linea Lovaglio non transige, dato che la ritiene cruciale per focalizzare il management dei due marchi sulle attività che meglio conosce, e ottenere i 700 milioni di sinergie annunciati fin dal lancio dell’Ops, 15 mesi fa. Questa prospettiva industriale, insieme alla fine delle schermaglie sulla governance, ha rilanciato subito le azioni dei due istituti: Mps mercoledì ha guadagnato il 4,67%, giovedì il 2,17% e venerdì il 5% circa, trainando Mediobanca dato che il concambio di fusione è già stabilito (2,45 azioni senesi
contro 1 della preda). Diversi analisti finanziari, tra i quali Deutsche Bank, Autonomous, Exane, Kbw. Kepler, hanno commentato in modo univoco il ribaltone assembleare, rilevando tre motivazioni per tornare a puntare su Mps, che malgrado la clamorosa acquisizione dell’anno scorso è stato tra i meno premiati da allora. Il primo elemento è «la fine del dibattito e delle manovre sulla nuova governance», come ha scritto Deutsche Bank, che hanno portato alla cacciata di Lovaglio in modi opachi e poco compresi dagli investitori. La seconda è «il dissiparsi delle nubi sulla strategia di integrazione con Mediobanca, grazie al fatto ch e Lovaglio si atterrà al piano 2030 da lui presentato», ha notato Kwb, che vede in questa garanzia un fulcro della remunerazione promessa agli azionisti. A integrazione conclusa, Lovaglio potrebbe tra l’altro spingere con più decisione l’eventualità di un accordo di bancassurance con Generali, sostituendo la partecipata con la francese Axa, il contratto scade nel 2027 e non sarà rinnovato. Il terzo argomento che scalda la Borsa è legata al nuovo round del risiko bancario che il sostegno del 3,75% di Banco Bpm a Lovaglio prefigura. Poiché
Mps tratta «a sostanziale sconto rispetto a Banco Bpm, costituisce un obiettivo attraente per un’aggregazione», ha aggiunto Deutsche Bank, che ipotizzandone una carta contro carta stima «un premio attraente per gli azionisti Mps, e un impatto a doppia cifra percentuale per l’utile per azione di Banco Bpm». Forse è un po’ presto per le pubblicazioni di nozze, ma il discorso interrotto nel novembre 2024 dall’irruzione di Andrea Orcel, quando lanciò l’offerta di Unicredit su Banco Bpm, potrebbe ora ripartire.