In questo scorcio di inizio estate si sta ridisegnando la mappa del potere finanziario europeo. Ma non a Londra o Parigi, bensì nel tratto che va da Milano a Bologna (passando per Modena), fino a Roma, con una deviazione autostradale, verso Siena, dove “tutte le strade portano” (cit.). La storia degli ultimi giorni è nota, e anche quella dell’ultimo anno, su chi aveva vinto e chi no, e cosa ora è stato rimesso tutto in discussione. È entrata in gioco la superpotenza Intesa SanPaolo, con Unipol e la sua controllata Bper, con Bpm (ancora) in campo, e con Unicredit che gioca sui tutti i terreni, a partire da quello tedesco, per il controllo della seconda banca della più grande economia europea. Il progetto di Intesa-Unipol-Bper, una volta completata l’Opas da 30 e rotti miliardi è quello di incorporare Mps in Bper dopo un robusto spezzatino, e rinominare il nuovo soggetto “Banca Monte dei Paschi”, senza più “Siena”. È una scelta, certo, anche se Mps, va detto, era rimasta l’unica grande banca della storia d’Italia che non aveva cambiato nome o non aveva visto il marchio sciolto dentro altre denominazioni (scelta generalizzata negli anni a cavallo del secolo, che ha visto la scomparsa di nomi storici), Certo, la Siena bancaria, dopo un’onorata storia ultra-cinquecentenaria, in anni recenti ne aveva combinate di ogni, su tutte la sciagurata operazione di acquisizione della Banca Antonveneta – 2008 – che ha aveva prodotto a cascata l’effetto dell’uragano Katrina su banca, Fondazione e città. Ma questa è ormai storia, anche se viene sapientemente celata, visto che alcuni di quelli che furono coinvolti sono ancora in circolazione. Siena – le istituzioni della città – non ha più azioni Mps, ma solo micro partecipazioni simboliche, ininfluenti. Quindi la città è spettatrice di quello che sarà, sperando che la sede resti per quanto più possibile dentro Rocca Salimbeni, ma ormai le speranze sono abbastanza flebili. La “senesità” del Monte, il mantenimento della maggioranza, è stato il mantra politico di una lunga stagione, tanto che nel 2000 non andò in porto l’acquisizione a prezzi molto favorevoli della Bnl per la condizione posta da Bankitalia alla Fondazione di scendere al 20% rispetto alla quota di controllo che aveva. Allora la banca era controllata dalla politica locale, che decideva tutto (qualche volta i maggiorenti si vedevano a cena nell’ottima Enoteca I Terzi, ma anche in altri esercizi, come pare una birreria, ma parecchie sono leggende metropolitane) dentro un meccanismo oliato che teneva insieme il “groviglio armonioso”, che alla fine funzionava per tutti, non solo per la maggioranza politica di sinistra. Questo “blocco” sul tema del controllo andrà avanti dalla quotazione in Borsa del 1999 fino alle operazioni di una dozzina di anni dopo su derivati o peggio per cercare di sostenere l’operazione Antonveneta, da cui arriva una delle peggiori crisi bancarie che dura un decennio, fino alla svolta del 2022 (in novembre di quell’anno le azioni quotavano 1,4 euro, oggi sono sopra 10), con l’aumento di capitale e la nomina di Luigi Lovaglio come ad, da parte del governo Draghi con Daniele Franco al Mef, dopo che era stato offerta a Unicredit cui veniva assicurata una massiccia dote pubblica. Quindi l’idea oggi sembra sia quella di “de-senesizzare” l’istituto, anche se le cose negli ultimi anni sono molto cambiate, e se la partita ora diventa europea – molto ruota attorno alla partecipazione di oltre il 13% in Generali custodita in Mediobanca, che ora sembra destinata a rivivere una nuova vita nel gruppo Intesa, e anche questa è una rivoluzione copernicana – allora serve riannodare un po’ qualche gomitolo di storia, per capire anche da dove si viene.
Partiamo da un dato: nel Duecento Siena era la più importante istituzione finanziaria d’Europa. Che i toscani in quella fase medioevale la facessero da padroni era cosa nota, ma i senesi erano arrivati prima dei colossi fiorentini – i Bardi e i Peruzzi su tutti, che tuttavia fallirono tra il 1343 e il 1346, e fu la prima grande bancarotta della storia, causata dal mancato rimborso dei colossali prestiti concessi al re d’Inghilterra, l’evento innescò un effetto domino che devastò l’economia europea e fiorentina del Trecento – e l’istituzione era nota coma la Gran Tavola, dei Bonsignori o Bonsignore. Il contesto era di una povertà generalizzata, ma Siena aveva un asset straordinario: una strada (ricorda qualcosa?) che l’attraversa da Nord verso Sud, grosso modo quella che oggi va da Porta Camollia (contrada dell’Istrice) a Porta Romana (Valdimontone). Siena – questo è riconosciuto dagli storici – aveva la fortuna di essere posizionata lungo la via Francigena, il percorso che portava dal nord dell’Europa a Roma e verso quei luoghi del Sud d’Italia che costituivano le teste di ponte per le Crociate, una posizione geografica strategicamente eccezionale, specie dopo che, per motivi di sicurezza, è stato abbandonato il percorso costiero. Strategica non solo sotto l’aspetto militare ma per le opportunità economiche. Sono i secoli della grande mercatura e delle grandi banche, attività che quasi sempre sono svolte da uno stesso soggetto, prima mercante, poi prestatore quindi banchiere. Mercanti-banchieri che dominano le piazze commerciali e finanziarie internazionali prima dei fiorentini; percorrono l’Europa inseguendo gli affari più profittevoli del momento influenzandone l’economia ed anche la politica. Sono imprenditori che molto spesso crescono all’ombra del Papato di cui sono Campsores Domini Pape, appaltatori dei tributi ed esclusivi banchieri di fiducia. Molto elevato era quindi il flusso di denaro gestito dai banchieri senesi e questo concentrava potere nelle loro mani. I banchieri di Siena – ricorda una dettagliata ricostruzione – “sono imprenditori capacissimi, spietati ed esosi, spesso accusati dai contemporanei di essere nefandi usurarii, accusati a volte dagli stessi sovrani che finanziano. Sono, tuttavia, professionali e seri, ma soprattutto anticipatori di tecniche mercantili e bancarie che divengono punti di riferimento per il modo degli affari dell’epoca. Questi mercanti-banchieri, nel ‘200, si trovano ovunque ed in posizioni di primaria importanza, protagonisti economici del secolo”. La Champagne, con le sue fiere di Troyes, Provins, Aube ecc., è il loro teatro privilegiato; prestano ai nobili di questa regione, al Re d’Inghilterra, al re di Aragona, al Papa, ad altri mercanti ed imprenditori più o meno grandi. Si distinguono dai cosiddetti Lombardi di Asti e dai genovesi per la completezza ed universalità dell’attività bancaria: è la banca universale ante litteram che nasce.
È in questo contesto che emerge Orlando Bonsignori e la sua Gran Tavola, che fu senz’altro la più grande banca europea dell’epoca. La banca ben presto assurge ad un livello altissimo di potenza economico-finanziaria. Ha l’esclusiva del deposito di tutte le somme incassate dalla Chiesa cui si aggiunge col papa Clemente IV l’esazione di tutte le decime e delle quote destinate alla Terra Santa. La Gran Tavola finanzia, fra l’altro, Carlo IV d’Angiò nella guerra contro gli Svevi per la conquista dell’Italia meridionale e di quello che fu il Regno normanno-svevo di Sicilia. Il Bonsignori si inserisce così da protagonista nel grande gioco della politica internazionale contribuendo finanziariamente all’eliminazione fisica degli epigoni di Federico II ed al ridisegno della carta geopolitica dell’Italia. È dalla parte dei vincenti, il Papa ed il nuovo Re di Sicilia Carlo IV d’Angiò, presso i quali accumula crediti politici e finanziari che lo rendono sempre più potente. Oltre che un grandissimo banchiere è un abile politico, sempre in sintonia con il Papa, la cui benevolenza nei suoi confronti sarà dimostrata quando, caso unico a Siena, lo escluderà dal boicottaggio che aveva proclamato contro i mercanti-banchieri senesi, tradizionalmente ghibellini. Nel 1272 Orlando muore, inizia il declino che la porterà al suo fallimento. La direzione della banca passa al figlio maggiore Fazio, ma al contempo si assottigliano quelle relazioni personali del padre che hanno contribuito alla sua fortuna. È cambiato anche lo scenario finanziario, nuovi protagonisti crescono e si presentano in una concorrenza sempre più spietata e spregiudicata. Firenze cresce sotto la spinta della propria economia il cui simbolo, il fiorino d’oro, si va imponendo. I mercanti-banchieri fiorentini, sempre più aggressivi ed efficienti, sottraggono quote di mercato in una competizione che vedrà perdente Siena. Ma la storia dei banchieri non finisce lì: a inizio del Cinquecento arriverà una nuova stagione d’oro, con Agostino Chigi che si troverà nuovamente a finanziare i Papi: i Chigi gestirono le immense ricchezze dello Stato Pontificio e nel 1655, l’elezione al soglio pontificio del cardinale senese Fabio Chigi, con il nome di Papa Alessandro VII, portò la famiglia all’apice del potere. Il denaro serviva anche a plasmare la Roma barocca: i Chigi finanziarono le grandiose commissioni papali affidate a Gian Lorenzo Bernini, tra cui spiccano il colonnato di Piazza San Pietro e la Scala Regia in Vaticano.